Biasca-Ballarat e ritorno
La cronaca che si fa storia
Ho letto le memorie del biaschese Giuseppe Strozzi, cercatore d'oro in Australia, all'inizio dell'estate 1991, quando un'avvincente serie di trasmissioni televisive sulla storia della terra, mi ha riportato nel più antico continente a scoprire, con l'aiuto degli scienziati, l'origine della vita.
LAustralia non è solo il paese dei canguri e degli aborigeni rimasti all'età della pietra e che ci hanno permesso di meglio capire la straordinaria avventura umana durante i lunghi millenni del paleolitico. Le sue catene montuose, fra le più affascinanti della terra, i suoi deserti arsi dal sole tropicale e le infinite varietà morfologiche di un paesaggio di altissimo valore naturalistico, rappresentano un eccezionale archivio della storia della terra e della vita.
Luso razionale del fuoco, il linguaggio articolato e i riti di sepoltura, caratteristiche acquisizioni dei nostri antenati del paleolitico, costituiscono infatti le premesse antropologiche per capire le mutazioni successive -avvenute fuori d Australia - a partire dalla rivoluzione del neolitico. È solo da pochi millenni che le società dense del Medio Oriente, della pianura indogangetica e dei grandi fiumi cinesi hanno imparato a coltivare il grano e il riso, ad addomesticare gli animali, a costruire le prime città e, con l'aiuto dei metalli e della scrittura, aporre le basi per lo sviluppo delle più complesse civiltà successive.
Purtroppo l'uomo bianco, insediatosi sulle coste australi dopo i viaggi dell'esploratore inglese Cook appena due secoli fa, tronfio della sua presunta superiorità, ha annientato - e lo sta facendo ancora oggi con colpevole determinazione - l'inestimabile patrimonio di civiltà degli aborigeni, ripetendo sul Nuovissimo continente comportamenti già dolorosamente sperimentati altrove. Non per nulla l'assemblea del Consiglio ecumenico delle Chiese, riunita recentemente a Canberra, ha attirato l'attenzione del mondo intero denunciando in chiare lettere un genocidio culturale che si consuma nell'indifferente silenzio della coscienza mondiale.
Giuseppe Strozzi non poteva che condividere i pregiudizi correnti nei confronti di questa «razza nera» che «non fu dotata, come la Bianca, dalla Natura, di cervello e mente spaziosi»,- tutt'alpiù riconosceva in questi «selvaggi» particolari doti fisiche e un olfatto straordinario, sfruttato anche dalla polizia inglese «per rintracciare qualche maffattore fuggiasco nelle selve». Un'ulteriore prova per dimostrare che iprincipi dell'Habeas corpus, del contrattualismo di Hobbes e del liberalismo di Locke valevano solo per i bianchi e non già per gli aborigeni dAustralia; i quali, fortunati perché non ancora diventati bersaglio dei patiti della Colt, potevano aspirare ad una rapida integrazione nella loro terra solo svolgendo il lavoro dei setter d'alto garrese e documentato pedigré, rimasti con i Lords di sua Maestà a dar la caccia alla volpe nelle verdeggian ti tenute di campagna della ricca e austera A lbione.
Ben contento quindi il nostro cercatore d'oro del provvedimento preso dal Governo di Londra di far distribuire delle coperte alle tribù di indigení, come aveva già notato il verzaschese Tranquillo Patà qualche anno prima: «qui si vedono molti uomini selvatici che girano intorno nudi per le mine, questi uomini e donne sono neri come i mori e pelosi quasi come le scimmie, il più che ghe piace è tabacco da fumare e da tirare e liguori da bere, essi ghe piaciono anche il pane carne e minestra ma non tanto, adesso poi la Regina d'Inghilterra e ghe passa una querta di lana a tutti i selvatici per non lasciarli andare nudi, e per questo non se ne vedono quasi più di quelli nudi».
La lettera è del 13 aprile 1856 e documenta assai bene la preoccupazione moralistica dell'incoronata inquilina di Buckingham Palace che consigliava agli alti funzionari di stanza in India e in Australia di rivestire anche le gambe dei tavoli negli uffici coloniali con assai lunghe tovaglie per non provocare fantasie erotiche a lungo represse dal perbenismo borghese. Figurarsi le risate dei più poveri ma disinibiti indiani! Quelli d'India, ma sicuramente anche quelli di Alice Spring e dintorni, abituati, almeno i primi, dai millenari poemí vedici e dalle selve di lingam in erezione, che spuntavano come tanti satirioni nei loro templi, a considerare la sessualità sacra al pari dell'acqua del Gange tanto da celebrarla all'aperto, devotamente squadernata alla contemplazione pubblica nelle più belle e religiose decorazioni scultoree del mondo!
La lettura del diario dello Strozzi, così pregnante per la ricchezza delle tematiche affrontate e la rude bellezza del dettato, mi ha riportato alla mia esperienza di qualche decennio fa quando, estasiato e ancora quasi incredulo per la drammatìcìtà delle vicende capitate, andavo dipanando e ricostruendo, con l'entusiasmo dei neofiti, il mondo straordinariamente ricco dei cercatori d'oro ticinesi nei «goldfields» di Vittoria. Allora era stato un altro diario a introdurmi nei misteri di quel mondo appena sognato per qualche scheggia di umanissime testimonianze tramandate oralmente infamiglia dal tempo dei miei bisnonni australiani: quello di un poeta bleniese che la generosità dell'archivista diocesano don Giuseppe Gallizia mi aveva dato da trascrivere. Il «Journal sur la mer» di Giovanni Arcioni da Corzoneso, ma attivo a Parigi e a Liverpool come tanti con vallerani, illustrava molto bene le peripezie dei cercatori d'oro. Mi avevano impressionato, oltre ai dettagli relativi ai prezzi dell'oro e alle spese sostenute per acquistare i marchingegni necessari sui cantieri, gli esercizi di lingua inglese e le poesie, infrancese e inglese, che documentavano la poliglotta versatilità di contadini-emigranti con alle spalle un patrimonio culturale non indifferente. Una poesia, in inglese, sui debiti che avevano attanagliato la vita dellArcioni è sempre rimasta nella mia memoria un patetico simbolo dei patimenti sopportati dai ticinesi in Australia e dai loro famigliari: partiti con un grosso debito, tornati senza aver fatto fortuna e costretti a vendere parte delle loro sostanze per tacitare i creditori.
Grazie alle loro stupende lettere dense di quelle informazioni altrove irreperibili e traboccanti di forti emozioni; grazie ad altri diari puntigliosi nell'annotare, anche in versi le magre registrazioni contabili dell'oro: «a dividerlo per tanti / restan poveri tutti quanti», dove alla povertà ermetica fa eco quella della fortuna; grazie ai contratti d'emigrazione stipulati con le agenzie di viaggio e rimasti chiusi nelle polverose filze degli atti notarili, ma che appena dispiegati all'occhio stuzzicato, lasciavano chiaramente trasparire le tragedie personali e famigliari; grazie a quest'abbondanza di documenti, per lo più privati, da far schiattar d'invidia chi si era accontentato dei censurati rapporti governativi, è stato possibile ordinare, tessera dopo tessera, il tragico collettivo mosaico della speculazione praticata su duemila contadini delle valli sopracenerine, traditi dalle agenzie d'emigrazione.
Ormai è appurato e non ci sono più dubbi al riguardo. La partenza in massa verso il Paese dell'oro non fu un fenomeno naturale, né tanto meno la conseguenza diretta del blocco economico, come si è spesso scritto e ripetuto. Lesodo di due migliaia di tribolati non fu altro che il disastroso risultato di un'insistente propaganda organizzata dalle potenti ditte d'emigrazione d'oltralpe. Esse poterono, indisturbate per oltre un anno, esercitare una vera e propria persuasione sistematica su gente sprovveduta, facendo balenare l'idea di ricchezze facili e sicure. Tra il 1853 e il 13 giugno 1855 queste agenzie si prodigarono per favorire una propaganda che non disdegnava illusioni e menzogne pur di accalappiare viaggiatori per riempire le sottotolde dei capaci velieri in partenza per oltremare. In questo impegnativo lavoro vennero assecondate da qualche pregiudicato straniero, da alcuni notabili locali, per lo più ignari della tragedia che si stava preparando, ma golosi delle laute prebende promesse per ogni contratto, e da una fitta schiera di notai che impreziosirono, con firma e tabellionato, le ipoteche accese sulla ragnatela delle sostanze di famiglia.
Accanto alle infinite inserzioni propagandistiche, sui giornali ticinesi apparvero anche numerosi articoli che contribuirono a diffondere un'idea dellAustralia completamente falsata. Le condizioni di vita - a leggere quei comunicati - erano ottime; le possibilità di arricchirsi facilmente sembravano essere alla portata di tutti; i vantaggi che ne avrebbero potuto trarre i ticinesi apparivano tali da convincere anche i più timorosi ad abbandonare la moglie con i figli e a garantire il prestito con la magra terra, la casa e anche la stalla, pur di riservare un posticino sulle navi in attesa alla rada nel profondo estuario dell'Elba e a Liverpool dopo che le autorità di quei paesi erano intervenute per controllare la politica interessata degli armatori.
Non voglio certo approfittare della pubblicazione del diario dello Strozzi per rievocare quel capitolo, alquanto anomalo per la verità e per fortuna, della secolare storia dell'emigrazione dal mondo alpino. Le memorie del nostro biaschese provocano anche altri ragionamenti che forse val la pena esplicitare per tentare una lettura il più possibile globale di tutte le testimonianze pubblicate e di quelle, molto più numerose, ancora inedite, ma che sonofinalmente uscite dagli armadi tarlati o dai solai polverosi delle abitazioni contadine per diventare patrimonio culturale di tutti, anche se chi decide dell'investimento dei mezzi pubblici per finanziarne la valorizzazione preferisce ancora le più comode scappatoie degli spettacoli mediatizzati che fan salire alle stelle gli indici d'ascolto e servono ad addormentare le coscienze, piuttosto che promuovere concretamente la ricerca.
Guai se ci lasciassimo cullare dall'aneddotica anche lapiù puntigliosa e commovente, senza arrischiare qualche concettualizzazione che permetta di andare oltre l'epidermico della memorialistica encomiastica già eccessivamente venerata dalla storiografia locale e dai massmedia. Loccasione che mi viene offerta dal cordiale invito dell'amico curatore di questo diario, mi stimola a cercare qualche spiegazione più convincente della storia del mondo contadino alpino, strutturalmente legata a quella dell'emigrazione.
Semplificando di molto i problemi, intravedo due livelli di lettura di queste memorie australiane. Il primo rimane in superficie; gusta il ricco florilegio delle pertinenti e curiose osservazioni di un viaggiatore attento, magari un tantino saccente e desideroso di mettersi in mostra, come di solito fanno tutti i compilatori di diari: illustri protagonisti di un qualsiasi capitolo della grande storia, o più modesti e comuni mortali che però pretendono differenziarsi un tantino dagli altri comuni mortali, immortalando appunto le vicende della loro esistenza con carta, penna e calamaio, sostituiti oggi dal più costoso ed efficiente personal computer. La penna di Strozzi intinge nel buon inchiostro, particolare questo che non deve affatto passare sotto silenzio,- sarà ripescato dopo. Con il calamaio in tasca (ma nelle prospezioni aurifere gli serve di più l'intelligenza e l'acuto spirito di osservazione,- la memoria gli sarà d'aiuto dopo, tornato a Biasca a meditare sulle esperienze umane) lo Strozzi ci permette di accompagnare i «novelli Argonauti», come eufemisticamente li chiamava qualche foglio patrio, durante l'estenuante traversata su un veliero traballante fra gli oceani di mezzo mondo, seguendo quelle rotte tracciate dai grandi navigatori alcuni secoli prima con bussola, astrolabio e tavole di Martelogio per vincere gli alisei del controflusso e confrontarsi coraggiosamente con le interminabili latitudini meridionali. Il diario ci racconta, come su un ordito trapuntato di infiniti e gustosi dettagli, la lunga ed anche penosa trama delle camminate sotto i cieli australi prima di giungere nelle miniere di Ballarat, Bendigo e Jim Crow dove fervevano le iniziative perfar uscire dai banchi di sabbia e di ghiaia le luccicanti pepite d'oro portate fin lì dalla lentissima e inesorabile forza dell'orogenesi e del millenario fluire dei corsi d'acqua.
La febbre dell'oro aveva colpito mezzo mondo dopo le fantastiche scoperte in California e in Australia che stavano mobilitando così tante energie: quelle dei furbi banchieri di New York sollecitati dagli esperti operatori della borsa di Londra, così come quelle, più numerose e perspicaci, delle formiche cinesi o dei contadini in rapida crescita nell'Europa che faticava a sfamarli. Quel metallo giallo che per secoli aveva fatto sognare, invano, gli alchimisti alle prese con crogiuoli ed alambicchi d'ogni sorta, stava ora realmente scombussolando l'economia mondiale.
La lettura di questo originalissimo e dettagliato documento ci permette di ripercorrere le peripezie dei duemila ticinesi arrivati in Australia quando ormai il periodo pionieristico e fortunato della ricerca delle miracolose pepite stava tramontando. Le difficoltà incontrate da coloro che dovevano procacciarsi il necessario per sopravvivere in una terra resa ancora più inospitale dalla impietosa politica inglese che chiaramente privilegiava i propri interessi coloniali, aumentavano man mano che l'oro di superficie diventava quasi introvabile e si imponevano grossi investimenti negli scavi di profondità. Ciò che naturalmente i contadini ticinesi non erano in grado di fare; le pompe e i cavalli per estrarre l'acqua piovana o freatica dai pozzi scavati a forza di calli induriti, non erano alla portata delle loro borse. Col pensiero fisso al debito da rimborsare e agli affetti più autentici squassati da diecimila leghe di mare, il periodo trascorso agli antipodi da quella casa sulla quale gravava sempre l'ipoteca, non fu sicuramente privo di preoccupazioni.
Le puntuali annotazioni dello Strozzi ci offrono, in filigrana, uno spaccato dell'attività della comunità biaschese (45 membri della stessa società di minatori-allevatori a Hepburn) a contatto con una figura d'eccezione della spedizione ticinese nella colonia: il dottor Severino Guscetti, classe 1816, Consigliere di stato radicale negli anni critici del blocco austriaco e dimissionario in seguito a gravi dissensi politici. Grande amico di Stefano Franscini, il medico leventinese ne è subito informato della morte ad Ararat così che il nostro informatore può tessere un meritato elogio al «padre della popolare educazione».
Interessante questo primo livello di lettura, non fosse altro che per confermare tante altre simili testimonianze che parecchi anni fa mi avevano commosso a tal punto dall'infervorare la mia passione di modesto storico della domenica e stimolarmi ad approfondire i complessi fenomeni migratori che hanno segnato molte pagine importanti della storia dell'uomo.
Ma il secondo livello, quello legato allo zoccolo duro dell'antropologia e della lunga durata, emerge prepotente anche in questo umanissimo testo e merita qualche considerazione più articolata per aiutare il lettore a interpretare correttamente l'abbondantissima documentazione prodotta, non solo dall'emigrazione in Australia.
Oltre venti anni di ricerche, quasi ossessivamente centrate sui problemi demografici e migratori del mondo alpino, hanno, tra l'altro, permesso di recuperare una considerevole messe di scritti popolari: migliaia di lettere di emigranti attivi in ogni parte d'Europa e del mondo, nonché molte risposte dei loro famigliari rimasti nelle valli o nei borghi attorno ai laghi a sopravvivere con qualche ristrettezza in meno perché chi tornava da una breve o lunga stagione passata fuori casa non aveva quasi mai la bisaccia vuota.
Lettere semplici, come le sapevano scrivere quei contadini o artigiani che avevano appena frequentato qualche mese di scuola della «dottrina cristiana» finanziata, in molti casi almeno, dagli stessi emigranti per rendere meno amara di nostalgia la lontananza già segnata nel destino dei loro figli. Tessere minute, ma preziose del grande e multicolore affresco della storia politica ed economica che evidentemente si decideva altrove e sfuggiva alla comprensione di chi faticava negli umilissimi mestieri lasciati ai poveri o anche a quelli prestigiosi della poliedrica arte edilizia grazie ai quali si riusciva a monopolizzare le più ambite committenze solo dopo sforzi durati magari anche generazioni. A saperle leggere con gli occhi e con il cuore, tentando di interpretarle coi lumi e i crismi della critica storica più qualificata, quelle lettere sono importanti quanto i rapporti dei Sindacatori circa l'operato dei landfogti o le corrispondenze fra le pievi e le curie di Como e di Milano. Proprio il tentativo di un'analisi quantitativa e qualitativa di questo unico patrimonio in cui è sedimentata gran parte della coscienza collettiva popolare ci permette già ora di misurare, in modo rigoroso, molti aspetti della realtà sociale ed economica, dei rapporti fra centro e periferia, fra cultura dotta, sapienza e pregiudizi popolari. Emerge indiscusso il ruolo propositivo avuto, nei secoli, dalle città e i lenti riflessi ricaduti anche nelle valli apparentemente più isolate ma che, proprio attraverso i continui flussi di uomini, idee, tecnologie e denari hanno potuto sviluppare le loro autonomie locali e dare sostanza alle particolari culture regionali.
Come non riflettere alle conseguenze demografiche e sociali del matrimonio tardivo, incentivato e reso quasi necessario proprio dalla forzata assenza dei maschi nel fior degli anni? Come non vedere in questa naturale sterilizzazione del potenziale riproduttivo della donna le premesse per un sostanziale miglioramento economico della cellula famigliare e un enorme investimento in educazione che ne è seguito per la comunità? Il cospicuo patrimonio degli epistolari ne è una prova irrefutabile.
Nel linguaggio popolare del Mendrisiotto è rimasta stratificata, come le ammoniti nel biancone della Breggia o i sauri negli scisti bituminosi del San Giorgio, una simpatica filastrocca che è anche una felice spia del rapporto antropologico esistente fra l'emigrazione e il matrimonio: «Santa Lucia di ogion, Sant Antoni di bombon, / SantAgata di magon e SantApolonia di caragnon».
Le sagre di paese, si sa, svolgevano la stessa funzione delle moderne discoteche, con l'unica differenza, da non sottovalutare per un'oggettiva valutazione della secolarizzazione, che le melense litanie cantate a squarciagola in onore dei santi patroni non avevano quell'impatto traumatico sui timpani come le percussioni superdecibellate della moderna House music. I giovanotti, appena deposta la bisaccia, si davan da fare per cercare l'anima gemella tra dicembre e febbraio; poi bisognava ripartire per i lontani cantieri, lasciando la bella morosa prima a squittire come una cutrettola in amore, poi col «magon» a piangere con la fontana della piazza. Chissà quante volte la calcina sarebbe tornata a gelare prima di poter, finalmente, celebrare le tanto sospirate nozze! Unaprova in più di una lenta modificazione del paradigma matrimoniale che l'emigrazione stagionale prima, e quella oltremare poi, hanno contribuito a consolidare a tutto vantaggio del rafforzamento economico e sociale della coppia, di una sua più ampia autonomia nei confronti dei genitori, senza contare i positivi effetti sul sistema educativo che ne sono conseguiti. I profondi sospiri a SantAgata e le abbondanti lagrime versate per la patrona di Coldrerio sono stati ampiamente rimborsati dalla storia.
Come non rendersi conto che sono state le esigenze e le conseguenze dell'emigrazione a modificare gli statuti delle comunità locali più che le impercettibili trasformazioni dei rapporti economici e sociali avvenute durante i tre secoli di sudditanza dei Baliaggi svizzeri d'Italia? Forse che i fondamenti e la pratica della democrazia di villaggio non sono da ricercare maggiormente nell'evoluzione dei tempi lunghi per le necessità strutturali dell'economia alpina e dell'emigrazione che non nel rivoluzionario impatto portato dal centralismo giacobino?
L'altro grosso tema, che meriterebbe un analisi approfondita da condurre sull'arco dei secoli dell'età moderna, è quello che vede emergere, grazie ancora una volta all'emigrazione temporanea, una borghesia rurale sempre più attiva e che dimostra di saper investire i risparmi fatti all'estero in operazioni economiche produttive. Anche se la maggior parte degli artigiani migranti ha potuto disporre solo dello stretto necessario per il sostentamento della famiglia, parecchi fra loro hanno invecepercorso una lunga e proficua carriera nei più svariati settori professionali. La mobilità sociale che ne è conseguita ha indubbiamente inciso in modo positivo sull'evoluzione economica e delle mentalità, anche nelle valli più isolate. E del resto, quell'edilizia che ha lasciato un segno indelebile e tutt'altro che banale nel paesaggio antropizzato delle valli alpine e delle regioni collinari attorno ai laghi, non porta forse il marchio dell'emigrazione fortunata?
L'impegno di Biasca nel valorizzare il passato locale e regionale mi pare proprio probante a questo riguardo, specialmente se si tien conto della ricchezza, di problematiche che l'emigrazione a Milano, Parigi e Londra, sia di umili cioccolatieri e marronai, sia dei rappresentanti delle famiglie più fortunate dei Gatti, Biucchi, Bolla, Arcioni ecc. e senza contare il caso di Mosè Bertoni, eccezionale per lo straordinario valore scientifico e civile della sua testimonianza di vita. Tutti casi, l'ultimo in particolare, che meriterebbero di essere studiati con più umiltà, rigore storiografico e impegno morale per non arrischiare di vederli eccessivamente sfruttati dai mezzobusti d'assalto della provincia televisiva o da qualche politico locale in cerca di una facile popolarità elettoralistica.
Il merito del collega Oliveto Rodoni non è stato solo quello di scovare e trascrivere il denso documento che viene ora pubblicato. Da anni egli è attivo nel riordino delle polverose e ingiallite carte dell'archivio del borgo dove le pepite, anche per lo storico più esigente, sono sicuramente state più numerose e paganti di quelle ritrovate dai biaschesi fra le sabbie di Vittoria. È stato anche grazie alla sua competente disponibilità e collaborazione che Paola Pellegatta ha potuto chinarsi durante lunghi mesi sulle partite dei trenta volumi di contabilità dellAgenzia demigrazione comunale: modello unico in Ticino di iniziativa pubblica sorta per combattere, con la concorrenza, i metodi speculativi delle ditte private dominate per lo più dagli interessi delle potenti lobbies d'oltralpe. Il costo dell'emigrazione oltremare è stato così calcolato con la precisione che l'analisi quantitativa permette, risultando estremamente elevato soprattutto per i contadini meno agiati che hanno dovuto sopportarne il peso sproporzionato alle loro forze. Lanalisi puntuale delle vicende che hanno coinvolto lAgenzia d'emigrazione di Biasca ha evidenziato le difficoltà di gestione dovute, in gran parte, proprio al ritardo del rimborso dei prestiti anticipati dal patriziato agli emigranti partiti negli anni della febbre dell'oro. Ancora una dimostrazione delle conseguenze, a lungo termine, della sfavorevole congiuntura di un periodo critico anche per i prezzi eccessivamente elevati della traversata dei mari rispetto a quelli praticati qualche decennio più tardi grazie alle generalizzazione degli steamer che hanno sostituito i velieri e ai più celeri collegamenti ferroviari fra le due coste del continente americano.
Peccato che l'esempio di Biasca nell'ordinare la documentazione riguardante la storia locale e quella dell'emigrazione sia rimasto, almeno finora, quasi isolato.
Altrove si preferisce investire tempo e denaro pubblico in altri settori culturali di più immediato consumo o perché più facilmente controllabili dai politici che hanno il potere di aprire o chiudere la borsa della spesa. A me, appassionato dilettante, rimane almeno una fervida speranza; la volgo in auspicio prima di invitare il lettore ad aprire le pagine del diario per godersi una bella storia raccontata da Giuseppe Strozzi. Si potranno impostare le ricerche sulla storia dell'emigrazione su basi veramente scientifiche solo al momento in cui in Ticino si avvertirà seriamente l'importanza della salvaguardia e valorizzazione della memoria regionale da inserire nelprocesso di maturazione e di conoscenza globale del passato utile all'uomo del terzo millennio. Allora si riconoscerà la lungimirante perspicacia di un umile lavoro quale quello realizzato dall'amico Rodoni: aver contribuito a salvaguardare e a far conoscere alcuni insostituibili documenti per la comprensione di un ricco passato di poveri migratori.
A nome di tutti coloro che sentono la ricerca storica come un gioioso impegno civile, al di là di tutti i miseri tentativi per soffocarla o controllarla, gli dico grazie.
GIORGIO CHEDA
Locarno-Monti, agosto 1991.