Giuseppe Strozzi

Quando mi proposi di incominciare a scrivere non era la mia intenzione di sostare tanto fuori del principale scopo di cui erami prefisso, cioè quello di raccontare le vicende a me accadute; ma stimai cosa ben fatta e di non potermi esentuare dal far conoscere, per quanto mi era possibile, quelle nozioni dovute ad un paese e una famiglia ai quali appartengo. Benché lontano ora e senza i dovuti documenti, pure usai ogni diligenza nello scrivere solo quello che ero consapevole. Certo che ciò che anderò ora dicendo saranno solo fatti che vidi io stesso. Credo essere perdonato per il passato se il lettore ne scorgesse qualche errore, e me lo anticipo per l'avvenire.

Io nacqui l'anno del Nostro Signore 1834 nel mese di maggio. Non ebbi la consolazione di conoscere la madre né il fratello che nacque dal medesimo parto. Sia quella che questo morirono dopo alcuni giorni. Dalle premurose cure del mio genitore fui dato ad una balia, ma questa non sentiva certo per me quell'affezione richiesta da un genitore o chi per esso. Fui tolto dalla donna e allattato da una capra con diligenza e custodito dalle sorelle e da una zia sorella della defunta genitrice.

Così sotto la paterna vigilanza e le domestiche cure delle sorelle, crescei. Fui mandato alla scuola invernale del comune, ma nei primi anni era maggiore la passione per le capre e poco imparai. Fatto più adulto volle il padre che frequentassi la scuola anche a primavera, eccetto i due mesi di generale vacanze luglio ed agosto. Altrove dissi quali furono i maestri.

Andando al ginnasio di Pollegio, e senza adulazione di me stesso, ne approfittava del tempo quando, spinto non so da qual desiderio, feci domanda al padre di volermi emigrare. Eravi pur presente il fratello Martino, Vincenzo a quel tempo trovavasi a Roma.
«Dove?» risposemi ad un tempo padre e fratello.
«In Australia, ove molti altri Biaschesi desiderano venire».
Risposemi il genitore che il suo consiglio sarebbe che frequentassi la scuola e un altro giorno mi sarei trovato più contento. «Però non mi oppongo alla ti volontà perché in caso che i tuoi compagni ne andassero e facessero fortuna, mi potresti dire esserne stata io la causa, dal che ne sentirei molto dispiacere. Pensaci e poi risolvi».

Io avevo la testa piena di fantasie pensavo che, venendo in Australia, avrei fatto fortuna senza fallo, perché tante erano le voci dell'oro di questa Australia che un discorso infiammava l'altro. Non restai molto indeciso e nemanco feci tanta riflessione al saggio parere del genitore. Gli risposi essere ormai risolto di tentare una sorte adducendone la miseria del paese ed altre condizioni. Già il fratello era dalla mia parte, ma il padre sarebbe forse stato ancor più fermo e certo mi avrebbe presentato nuovo argomento, se allora non giungeva una lettera del sig. Francesco Dottor Rossetti colla quale diceva al padre che se era intenzionato d'andare, di pur farlo senza timore.

Il Dottor Francesco Rossetti era partito col cugino Pietro Rossetti da un anno e più per l'Australia. La lettera che scrisse fu tenuta in parte secreta dai suoi ricevitori perché essa diceva di salutare Pietro Rossetti e di dirgli che lo aspettava. Ciò era di grande confusione e non si sapeva come poteva salutare Pietro mentre tutto il paese lo credeva con lui in Australia. Era un vero bisbiglio, un dimandarsi l'un l'altro... Più tardi avremo occasione di chiarire come il Dottore avesse ragione di mandarlo a salutare e di dire che lo attendeva, e come anche il paese avesse ragione di brontolare non sapendo che cosa ne fosse accaduto di Pietro.

Aderì il genitore non senza alcuna ritrosità, che io emigrassi, ma per effettuare un sì lungo viaggio, bisognava più di mille franchi e, non avendoli, era molto difficile il trovarli benché il padre avesse buon credito. Tanta era la penuria del denaro nel nostro paese, che non si pensò nemmeno farne ricerca. Avendo egli consentito di mala voglia, non si dava tanta premura di trovare quel denaro; ma il fratello Martino ne prendeva maggior interesse. Havvi a notare che si era fatta coleganza per cercare questo denaro con Carlo Giuseppe Rossetti, Giuseppe Pellanda e Giuseppe Maria Vanina, essi pure intenzionati emigrare. Si cercava il denaro in «selüdom» e Carlo Giuseppe Rossetti ne prendeva molta premura. Dopo averne fatte differenti dimande, un giorno alla fiera di Giornico ne fece richiesta ad un certo Giudice dello stesso paese il quale risposegli non averli egli, ma sapeva esservi un certo Cataina o Catainone di Faido il quale se voleva prestarli, li aveva. Carlo non mancò con belle maniere e molti ringraziamenti di stimolare Giudice ad adoperarsi presso questo suo amico onde indurlo ad un favore con calde istanze dimandato.

Il Giudice, difatti, corrispose alla confidenza e fiducia perché alcuni giorni dopo scrisse al Carlo Giuseppe esservi i denari, ma avere il Catainone richiesto lui per sigurtà e che egli era pronto a garantire purché dal canto nostro gli dessimo per garanzia qualcuno del nostro paese a lui conosciuto. Di far questo fu promesso dal Rossetti avendone il consenso dai compagni e gli chiese quale persona desiderasse nel nostro Comune. Scelse Giudice l'avvocato Costantino Monighetti. Questo però non si mostrò tanto generoso, anzi, diffidò di tutti e quattro i prestatori e ne chiese per contra sigurtà alla rivale e sua inimica zia, chiamata Petronilla nata Sciaroni e maritata a Carlo Antonio Monighetti.

Qui fu duopo usarne un soterfugio con astuzia facendo dire e comparire che essa era come una contra sigurtà del Giudice, ma in realtà per il Monighetti. Certo che se la Petronilla ne avesse avuto sentore che fosse stato il suo nipote che l'aveva richiesta, ne avrebbe rifiutato un tale favore. Ciò prova quanta circospezione prima che uno si lasciasse trascinare a prestare denari e quanto l'altro si malfidasse nel prestare sigurtà e garanzia. Prova pure che il denaro è molto scarso perché a quel tempo non v'era da temere di perderli dai quattro pretenzieri.

Trascorsero circa due mesi da che ebbi il consenso del genitore, mentre il fratello con Carlo e gli altri si occupavano della ricerca del denaro, il padre era sempre al suo lavoro. Solo venne a casa quando gli scrissi esser tutto pronto per la partenza per dirgli che doveva fare l'istrumento del prestito il quale era in tutto per i quattro emigranti di franchi quattromila vale a dire franchi mila cadauno. Venne e tutto fu eseguito. Altri Biaschesi non stavano «nigotosi» ma tutto facevano per avere il denaro del viaggio; il che in parte l'ottennero facendo una cambiale con l'Airoldi, agente della Casa Ber e Arzog a Basilea ed il rimanente ragrumandolo alla bella e meglio.

Due giorni prima della mia partenza lasciai la scuola al Ginnasio di Pollegio. Mi presentai al Rettore Francioli di Faido e lo feci consapevole della mia risoluzione di voler lasciare l'istituto ed emigrare in Australia. Restò sull'istante molto sorpreso da sì subitanea risoluzione e, dopo avermi detto che facevo un errore al suo vedere, facendomi conoscere che continuando i miei studi ne sarebbe stato di gran utile per me stesso, per la famiglia e per il paese. Dissemi: «Sappi che Biasca ha bisogno d'uomini istruiti». Gli risposi essere ormai tutto lesto alla partenza e che non volevo pentirmi, ringraziandolo poi dei saggi di lui consigli.

Soggiunse egli che ne sentiva sommo spiacere e che mi augurava felice viaggio e prospera sorta. Ricontraccambiai altrettanti auguri. Presi l'addio con gli altri professori ed in ultimo con tutti i discepoli e fra gli altri con quelli che mi erano stati di maggior amicizia. Partivo dall'istituto con due contrarie sensazioni, cioè con una certa stima di orgoglio pensando che gli altri compagni avrebbero commentato il mio coraggio di recarmi in così lontana regione e poi con un grandissimo rammarico di dover lasciare un luogo che forse non avrei più visto e abbandonare tanti compagni di felicissimi giorni.

Giunto a casa, posi i miei libri entro una scoperta cassetta di legno, facendone la scelta nel medesimo tempo di quelli che intendevo recarmi meco. Non aveva tralasciato, l'avveduto genitore, di comperarmi la Grammatica per imparare dall'italiano l'inglese, e questa ebbi molta precauzione di non dimenticare.

Rapidamente trascorsi le povere nozioni della mia giovinezza non raccontando le minutezze accadutemi, come non descrivendo la felicità della vita pastorale che fuor della scuola godeva. Tempi degni di rimembranza sono per quelli che passai sulle scabrose montagne del paese mio e fra le altre verso l'Alpe Carigiolo, sebbene quando mi fissai in mente d'emigrare metteva in non calle; pure giunsero tempi che mi fecero sospirare quei giorni felici.

Debbo ancora per un istante interrompere il corso della ordinata narrazione per raccontare un fatto degno di non passar sotto silenzio e che prima l'avrei dovuto scrivere, ma ne sono abbastanza contento che mi accadesse in mente prima che cominciassi a raccontare le cose passatemi dopo la partenza dal patrio loco.

Nell'anno 1847 ai 4 di novembre, dopo che i Confederati non poterono far intendere con ragioni assai chiare ai suoi fratelli che sostener volevano i Gesuiti, si uscì in campo ed ebbe luogo la così chiamata Guerra del «Sunderbun» la quale ebbe felice fine non spargendosi che poco sangue fraterno. I soldati del nostro Cantone portaronsi per Airolo (non essendo mio scopo di scrivere la storia patria non sosterò neanche a descrivere la svantaggiosa posizione scelta per la poca capacità dei maggiori).

I due fratelli maggiori, Aquilino e Vincenzo, erano soldati. Quando passarono da casa il padre trovavasi al suo impiego nei boschi di Vallemaggia, ma fiero per i suoi figli, lasciò il detto luogo ed essendo essi già partiti per Airolo, dopo aver fatto fare due buoni «tricotrè» ossia flanella, essendo tempi freddissimi, onde portare ai suoi cari figli, se ne partì immediatamente per raggiungerli, essendosi ad Airolo l'esercito fermato. Il padre ebbe la consolazione di vedere, ancora prima che esponessero a battaglia, i suoi due cari. Erano presso a misurarsi gli abiti portatigli, non essendo alla manovra, quando d'improvviso sentesi battere con grande alacrità i tamburi che chiamavano i soldati a riunione.

Qual dispiacere doveva essere per tutti e tre! In un momento si ebbero in punto e stavano per dividersi quando questa divisione fu resa ancor più dura da alcune voci che intesero essere i nemici che con ordine scendevano i monti in larga catena, ed erano a tiro di fucile dai nostri disordinati. Dopo reiterati baci, partirono i fratelli fatti animosi del coraggio che gli ispirava il genitore, perché esso, con ogni sforzo, dissimulava il suo dolore. Alcuni minuti dopo sortiva (pure dalla casa ove ebbero la loro conversazione, ma qual sorpresa quando sentì il fischio delle palle nemiche; ritirandosi per un momento dietro un cantone della chiesa, indi pensando che si esponeva senza alcun beneficio ad un tal pericolo, ne guadò un momento che i Sunderbund parevano cessassero il tirare e si diede a fuggire verso il suo paese.

Era la sera del 7 dicembre quando, per una combinazione, si schiacciava le noci e si trovarono in casa molte donne delle case vicine, essendovi pure il cugnato Caprara, così fra mezzo al lavoro v'era pure qualche ridicola conversazione. Erano circa le undici ore quando vedemmo, con molta nostra sorpresa, entrare il padre; ci diede una buona sera molto succinta, la Brigida gli dimandava con insistenza se volesse mangiare o bere qualche cosa, al che rispondeva con un «no» assai breve. Tutta la società si fè muta. Alcune delle donne, essendosi dimesso il lavoro, danno la buona sera e partono attribuendo la tristezza del genitore ai suoi due figli che aveva lasciato ad Airolo. Interrogato sugli affari della Milizia, rispondeva con parole oblique e teneva la testa framezzo ai ginocchi. Si partirono tutte le donne e già si vuoleva andare anche il genero quando il genitore gli disse di attendere un momento. Il fratello Martino e la sorella Brigida pure se ne andarono a letto, cosicché restai solo io ed il cugnato.

Certo non fece osservazione della mia presenza credendomi a dormire, ma dal momento che vidi il genitore in tale tristezza, mi cacciai in un cantone del focolare restando così inosservato, perché non ebbi mai il coraggio di favellargli una sola parola. Certamente che l'ansietà di sentire cosa aveva a dire al genero che aveva trattenuto, vinse in me il sonno che m'avrebbe colto in altra occasione ed in ora così tarda.

Dopo un certo represso sospiro gli raccontò la storia d'Airolo aggiungendo queste precise parole: «Se i nostri non fanno fronte al Dazio è impossibile con tale disordine che possano far fronte ad Airolo; i Tedeschi si sono avvantaggiati dalla nebbia densissima per avvicinarsi sulle alture di Airolo, a tiro della carabina parte, e parte del fucile. Bisogna dar lode ai Sunderbun i quali aborrirono di far fuoco micidiale come con vantaggio l'avrebbero potuto fare sui nostri, rammentandosi che pure eran tutti fratelli Svizzeri». In ultimo il padre diceva al genero che cominciasse a mettere in buon ordine le carte d'importanza e le cose più necessarie in caso di una completa fuga dei nostri chi sa fin dove.

Fatte queste osservazioni al cugnato, mentre stavano per partire, questo per casa sua e il padre per la sua stanza ove io pure dormiva, vistomi dissemi: «Sei ancora qui, tu? Va a letto». Obbedii in sul subito sentendo in me stesso un certo spavento di timore per quello che credevasi prossimo l'arrivo di spaventevoli fatti che la perdita di un esercito trae seco nei popoli vinti. Erano pochi minuti che era a letto quando giunse il padre e si mise a ripassare le carte mettendone molte in disparte. Io l'osservava con occhio timoroso, ma vinto del vegliare così attentamente, mi addormentai.

Potevano essere le tre dopo la mezzanotte. Tutto ad un tratto mi svegliai sentendo il padre dire con voce forte. Ecco quanto pensai mentre si sentiva con velocità passare i cariaggi delle truppe e di lì a poco il calpestio e la voce dei soldati fuggenti in disordine: «Quale sarà stato in quel punto il pensiero del genitore?».

Io balzai dal letto con paura. Egli continuava a passeggiare per la stanza quasi non sapesse che fare. Dopo quel primo istante di sorpresa, formò un fascio di tutte le carte che aveva davanti dicendomi di chiamare il fratello e la sorella. Ma questi, al rumore, si erano svegliati ed accorrevano per dimandare al padre la causa. Gli rispose essere i nostri soldati messi in fuga dai Tedeschi. Già d'ogni casa si sentivano grida di spavento e commiserazione, tutto era disordine. La notte era scurissima ed alcuni, vedendo i nostri soldati, indietreggiavano credendo essere tedeschi. Ognuno cercava di nascondere quanto aveva di più bisognevole.

Passati molti soldati già erano, ma non si vedeva comparire Aquilino e Vincenzo. Il padre era inquieto come noi sul loro destino; ma se noi eravamo dolenti, essi pure provavano grandissimo dolore non sapendo che n'era avvenuto al genitore. Invano ne interrogavano i suoi compagni che nessuno gli rispondeva averlo visto.

Con questa incertezza ed affanno pensando che il padre potevasi essere esposto ad un pericolo, ovvero rimasto prigioniero in Airolo del nemico, entrarono con volto dimesso in casa.

Lascio ai cuori sensibili di sentire quella gioia che la mia penna non è capace di scrivere e la mia mente di trovare quelle necessarie parole che un altro in tale circostanza avrebbe fatto. Dopo reiterati ricevimenti di buon augurio, anche i fratelli diedero opera a nascondere e portar in luoghi sicuri alcune robe. Fatta l'alba lo spavento diminuì sia per la presenza di tutti i soldati del paese, sia per le loro esortazioni che nulla era. Però ebbesi la precauzione di transferire il bestiame nei monti portando ognuno quanto poteva proviggione. Poche famiglie non si mossero dal paese.

Alcuni giorni dopo un decreto governativo richiamava tutti i soldati sparsi nei paesi a Bellinzona ove finalmente il fuggiasco generale Luini aveva fatto sosta e determinatosi di nuovo a far fronte ai Sonderbun. Il decreto minacciava quelli che non si presentavano, di perpetuo esilio, entro quarantotto ore. Qui un'altra prova dell'amor patrio del genitore, il quale, benché amasse svisceratamente i suoi figli, pure li consigliò di ubbidire al comando e di servire la patria con coraggio, a differenza d'alcuni che si nascosero per non ricevere l'ordine, o ricevuto, non obbedirlo.

Ognuno sa che usarono i fratelli svizzeri molta benevolenza ai paesani lasciati in loro balìa, e torna a loro di molto lode per averli trattati da fratelli d'una istessa patria.

Facevano molti preparativi alla Moesa i nostri, ma giunti a Biasca i Sonderbun ricevettero la nuova della resa di Lucerna e l'ordine di retrocedere. Così senza quasi spargimento di sangue terminò la civile contesa ed i Sonderbun furono costretti al dovere.

Forse qualcuno tacceranno di viltà i nostri Ticinesi, ma se considerano esser tutti soldati senza nissunissima istruzione e sorpresi così all'improvviso, scuseranno il loro timore; in più avendo ricevuto dal loro capo l'ordine di «Si salvi chi può».

Alcuni affermano che Luini ricevesse l'ordine di ritirarsi, ma essendo stato in tal modo sorpreso, non abbia avuto il tempo di effettuare questo in buon ordine. E senza tale sua vergogna, che che ne sia, è la colpa d'un condottiero non attivo quello di lasciarsi sorprendere.

Fuggiti tutti i gesuiti ed i Sonderbund formando governi fedeli alla confederazione, nel gennaio fu stabilita la tanto dai popoli desiderata pace e ritornarono i giovani soldati a consolare i loro genitori e tutti di casa.

Mi diffusi alquanto troppo in questa narrazione, ma ora tornerò al corso lasciato altrove.

Era il giorno 16 luglio 1854 quando mi recai sull'Alpe di Carigiolo per prendere il rivedersi della mia partenza con la cognata Maria, il nipote Pietro suo figlio ancor fanciullo e con tutti i figli del cugnato Matteo ed in conseguenza tutti i miei nipoti, come pure con alcuni miei compagni dei passati anni di quelle allegre montagne, ed altri amici che colà trovaronsi. Il tempo stringevasi e stava toccando la mano a tutti i nipoti dandoci un vicendevole bacio, quando fui sorpreso da un certo sdegno contro la cugnata la quale, seduta, lasciava intravedere un riso consolante per lei beffardo per me. Tanto n'ebbi spiacere di tale condotta in me stesso che, dissimulando quanto mi era possibile, partiva dalla cascina senza dirle arrivederci, come dal canto suo non moderò la sua superbia e con un certo disprezzo pareva che dicesse in se medesima: «Va pur lontano che poco m'importa».

Partiva dall'Alpe con la consolazione del buon rivedersi coi nipoti, ma rivolgeva in mente quali cause potrebbero essere dell'orgogliosa condotta della Maria. Ben vero che avemmo avuto qualche domestiche traversie, però non credevo che queste fossero abbastanza occasione d'un tal brutto procedere. Supponeva fosse ignoranza, ma pure non potei vincere me stesso di formarmi un giudizio che la sua indole fosse perversa e ne giurai d'essergli sempre avverso. Però in oggi che scrivo e che la mente è sgombra d'ogni sdegno, ben son persuaso che, più della cattiveria, prevalse l'ignoranza ed è quindi da me scusata per sì sconvenevole maniere in momenti così importanti.

Giungeva a casa quasi notte; il padre non era ancor venuto, avendomi scritto che sarebbe a casa pel giorno 16 luglio. Dimandai al fratello Martino, con molta ansietà, cosa ne credeva. Risposemi essergli forse intervenuto qualche affare importante, ma che certo l'indomani arriverebbe. Difatti l'indomani ebbe la consolazione di vederlo. Tutto il giorno 17 lo spesi con alcuni altri compagni, nel prendere addii coi parenti, amici, patriotti. Alla sera mi recai a casa ed il padre volle che quella notte dormissi seco.

Ma che dico dormire. No. Il padre ed io non dormimmo per quella notte che intorno all'alba. Non racconterò le minuzie dei buoni consigli che in quella notte mi diede. Mi raccomandava caldamente il timor di Dio, l'affabilità con tutti, moderare l'impeto della collera in casi di un insulto, non cedere però a questo se troppo pregiudicasse l'onore, di ricordarmi della casa. Ahi! che sentii freddo per tutto quando soggiunse «benché venissi a mancar io»; il che voleva intendere «morire». Mi disse ancora di tenere informati sempre tutti di casa del mio stato qualunque fosse. Finalmente dopo molto conversare, fra richieste e promesse, ci addormentammo. Ad un tratto sentimmo una voce chiamar soccorso. D'un salto si slanciò dal letto il padre, aprì la finestra che guarda verso il ponte che traversa il fiume Brenno e vide che ad un carrettiere gli stava penzolone un cavallo fuori del ponte, sospeso ai fornimenti. Questo, con quanto fiato aveva, chiamava aiuto. Col fratello Martino fummo al soccorso dello sfortunato carattiere. Altri vicini giunsero sul posto quasi nello stesso momento. Lasciato calare adagio il cavallo per mezzo di fune nella corrente del fiume, il fratello Martino, spinto dalla sua troppa generosità, si inoltrò al basso nel fiume con quasi pericolo della vita, e menò il cavallo alla riva, sano. Forse, senza il suo ardimento, si sarebbe sommerso essendo il cavallo balordo dal restare sospeso. Freddi ringraziamenti fece il carettiere a sì proprizio e generoso soccorso. Tosto ci recammo in casa ed il fratello ne cambiò gli abiti bagnati.

Era questa la mattina del diciotto luglio ed il giorno fissato per la partenza. Il cielo era tutto sereno ed annunciava una bellissima giornata. I prati erano coperti di verdeggiante fieno, gli alberi, perduti avevano i loro fiori per dar luogo al nascente loro frutto, tutto annunciava delizia ed allegrezza. Ma il cuore dei partenti e dei suoi, non godevano di sì felice veduta, erano troppo sopiti i loro sentimenti nella considerazione della separazione.

Io, dopo aver fatto un poco di colazione, doveva recarmi in Biasca per ordinare alcuni affari. Le carrozze stavano già aspettandoci nella piazza grande dove molta folla di popolo s'era radunata, chi per prendere l'ultimo addio coi suoi, chi per l'amicizia, molti per curiosità essendo la prima volta che tanti Biaschesi si emigravano per paesi così lontani. Ben è vero che il Dottor Francesco Rossetti era partito con Pietro Rossetti l'anno prima, ma devesi sapere che tennero celato il luogo del loro destino.

Entrai in casa della sorella Caterina. La trovai stesa sopra una panca che piangeva: era poco tempo che si levava dal letto per la malattia di parto. Gli volsi alcune parole di conforto senza dar mostra di commuovermi e ne presi l'addio. Dopo una dimostrazione di gratitudine a tutti i compaesani, parte dei compagni entrarono nelle carrozze, altri andavano a piedi sino al Ponte. Giungeva per me l'istante più duro; mi fu duopo tutto il mio coraggio per non perdermi entro il dolore. Il padre e fratello, dal canto loro, non dovevano far mostra di quanto erano desolati per quanto fu loro possibile. Mi accorsi che cercavano di reprimere il loro dispiacere. I compagni ormai stavano impazienti, aspettandomi, come aspettavano pure Aurelio Fogliani che egli pur in casa erasi recato perché ognuno può conoscere che noi due eravamo del Ponte.

Quando entrai in casa il padre era in sua stanza e Martino con sua moglie, pure nella sua. Impaziente di togliermi da quello stato, entrai per primo dal fratello. Qui fu un solo abbracciarsi e per un istante furono mescolate le nostre lagrime. Demmo sfogo al dolore. Diedi l'addio a sua moglie e, seguito dal fratello, era risolto recarmi dal genitore, quando nel corridoio trovai la sorella Marta con sua figlia Maria. Stavano piangendo. Provai consolarla con alcune parole e ricontraccambiando baci di fratellanza. Poneva ogni mia cura di svincolarmi il più presto possibile.

Qual vista fu per me quando vidi il genitore che apriva la porta della sua stanza ed aveva un volto pallido benché non lasciasse travedere alcune lagrime. Non più mi trattenni a dar sfogo al mio pianto, non mi trattenne rispetto o riverenza, ma gettategli le braccia al collo li baciai e ribaciai in fronte. A lui era negata la consolazione del pianto, ma due lagrime gli scaturivano dagli occhi. Non potè parlare. Restammo per un istante abbracciati confondendo le nostre lagrime e sentendo i battiti dei nostri cuori.

Ahi, dura separazione! Eppure fui costretto a questa. Egli entrava in sua stanza ed io col fratello mi andavo passando in mezzo ad amici, cugnati, nipoti alla volta dello stradale ove mi attendevano le carrozze dei compagni. Il fratello Martino mi regalava un suo piccolo orologio. Al Vincenzo, che era a Roma, gli aveva scritto il rivedersi pochi giorni prima.

Devo notare che anche il zio Pietro Delmuè mi aveva accompagnato da Biasca al Ponte. Così entrava in vettura dando a tutti con la mano un buon arrivedersi. Il Cocchiere invitò i cavalli alla fuga e noi si tolsimo alla vista dei desolati parenti.

Passando dirimpetto al Ginnasio di Pollegio alcuni amici mieidiscepoli, non paghi del primo addio, fecero segno al cocchiere di fermarsi e vollero ancora toccarmi la mano. Certo che io dovevo essere commosso a tanta riconoscenza d'amorevole amicizia. Adesso che scrivo ne sento ancora riempirmi il cuore di consolazione da un lato per aver ricevuto tanta testimonianza di buon affetto, e dall'altro sperando che verrà il giorno del rivedersi; e vo in me stesso pensando quanto grande e viva sarà la consolazione. Ma se al contrario frappongo dei dubbi e vo pronosticando che forse non mi sarà dato tale contentezza, mi sento rabbrividire e tutto mi si fa tenebroso. Però con una costante rassegnazione ai voleri di colui che tutto regge, son pronto le vicende della sorte umana sopportare e con invitto coraggio cercare affrontare le sfortune.

Ben sicuro non esservi maggior contento per un figlio che di rivedere suo genitore il quale, con tanto affetto lo amò, come anche tutti i suoi di casa, per me sarebbe il più felice giorno, ritornando a casa, ritrovare quel vecchietto in buona salute con tutta la sua famiglia. Laonde non meno sarebbe il loro per ricevere quel desiderato Giuseppe.

Ora mi è duopo accennare il nome dei miei compagni coi quali spesso, di poi, condivisi patimenti e felicità. Eravamo in dieci: io, Aurelio Fogliani (noi due della frazione del Ponte), Sebbastiano Svisico, Giuseppe Pellanda, Carlo Giuseppe Rossetti, Giuseppe Magginetti, Aquilino Magginetti, Giuseppe Maria Vanina, Giuseppe Fogliani detto Gamba, Filippo Fogliani. Certo che tutti, dal canto loro, avranno sentito il dispiacere d'abbandonare i loro cari, ma lascerò ad essi l'incarico di serbarne memoria se lo credono ben fatto, essendomi ristretto a far conoscere solo le mie sensazioni.

Giungemmo a Faido circa a mezzogiorno e, dopo aver pranzato assieme ai due cocchieri, ci avviammo per Airolo.


Faido

Non voglio passare sotto silenzio il nome dei due guidatori dei cavalli: uno era un certo Angiolino non di Biasca ma servitore dell'allora Commissario Santino Delmuè al quale una carrozza apparteneva; con questo si licenziammo in Faido; l'altro era Andrea Tinetti pure terrazzano di Biasca, servitore di Alessandro Rossetti a cui l'altra vettura apparteneva; e questo ci accompagnò per buon tratto di strada che facemmo a piedi perché stimammo ben fatto di andare a piedi da Faido ad Airolo siccome anche il nostro contratto fatto col signor Airoldi di Lugano, agente della Casa Ber e Herzog di Basilea, era di recarsi a Lucerna a nostra spesa; così cercammo far economia facendo a piedi anche il salire ed il discendere del Gotardo.

Andrea Tinetti, dopo un buon pezzo di strada sino al Dazio, dopo aver bevuto assieme un bicchiere di buon vino in casa Gianelli, ne diede l'adio augurandoci felice viaggio e buona fortuna. Chi avrebbe mai creduto che alcun tempo dopo questo ci avrebbe raggiunti in Australia?

Giungemmo in Airolo alcune ore prima di notte. Non mi sovvengo del nome della casa dove alloggiammo.


Airolo

Nel vedere per la prima volta Airolo, restai sorpreso sovvenendomi della fuga dell'esercito ticinese non che del pericolo incorso dal genitore. Stupii come un generale abbia ficcato colà una truppa potendo essere dall'inimico, ad ogni momento, sorpreso con suo svantaggio. Alla sera, di notte, avemmo il piacere di vedere nella medesima casa la moglie di un certo Lombardino che aveva più anni dimorato al Ponte nella casa chiamata Naveroni. Mi fece molte accoglienze, dimandandomi come stavano quelli di casa. Suo figlio Davide mi fu compagno di scuola maggiore sotto Petrocchi. Mi sarebbe stato di grande consolazione se avessi potuto aderire all'invito di recarmi a casa sua, il tempo non me lo permetteva. Questa buona madre, dopo aver espresso il suo dispiacere perché emigrassi in paesi così remoti, mi raccontò come alcuni giovanotti di Airolo, l'anno prima, partiti per California, fossero annegati ossia sommersi nel mare mentre stavano per approdare nel porto di San Francesco. Quest'infausta novella mi dispiacque ma non mi impaurì. Alla sera trovammo pure in Airolo alcuni Samionesi che si recarono, al mezzo della medesima Società, in Australia, coi quali concertammo di partire di buon ora alla mattina per poter giungere a tempo per il vapore a Fiora. Fra questi ve n'erano di quelli pratichissimi d'ogni più corto sentiero per salire la montagna perché avevano fatto quella strada più volte andando e venendo di Francia.

Era ancor tutto stellato il cielo quando si levammo e partimmo d'Airolo. Giungemmo sull'Ospizio della sommità a far colazione.


Ospizio del San Gottardo

Benché in luglio, bisognava tenere in moto il sangue col viaggiare per non lasciarsi prendere dal freddo. Le punte più elevate erano ancora coperte di neve ed il sole, coi suoi raggi, ne formava una vista di candidezza. Certo che qualche poeta troverebbe colà spazio alla sua fantasia.

Partimmo dall'Ospizio ed essendo tutti giovinotti scendemmo il monte in fretta, incitandosi l'un l'altro alla fuga. Credo che se fossimo stati cacciati dai tedeschi come i nostri soldati del quarantasette, avremmo sceso in poche ore il rinomato Gottardo.

Giunti in Orsera si fermanno a desinare e nel tempo che questo veniva preparato, ebbi l'opportunità di dar uno sguardo al cominciamento dei paesi urani i quali hanno la principal parte nelle vicende e sorgimento dell'Elvetica libertà. Ebbi sempre un certo rispetto nel leggere la storia patria al nome Urano, ma fui altrettanto convinto nel vedere le comodità delle loro case con molte nettezze riguardate, offerendo ai curiosi viaggiatori quella generosa ospitalità che distingue i costumi di un popolo libero e che sa apprezzare l'onore attribuitogli. Bello era vedere quelli abitanti con faccia così robusta, che da quella ognuno può persuadersi quanto il loro vivere fosse semplice ed abbondante. Il così detto Basso Orsera offre prati assai bellissimi e certamente un pascolo squisito.

Onde giungere a Fiora per tempo che il vapore parte per Lucerna, ci fu necessario prendere due vetture, le quali in sul punto furono leste. Stupisce il viaggiatore vedendo con quale velocità le carrozze discendono quel stradale tutto a giravolte e con che felicità i cocchieri guidano i cavalli. Certo quel utile animale in sé molta intelligenza ma pure credo che se non fosse uso in tale strada, ogni momento correrebbe pericolo di precipitare, con tutto il suo carico, nei scoscesi valloni.

Passammo il Ponte del Diavolo tanto celebre per il rovescio dei Russi.


Il Ponte del diavolo

Fummo convinti che ben tutta la popolazione russa aveva spazio di precipitare senza stornare il corso del fiume Räuss. Veramente sarebbe stata da compiangere la loro sorte se non fossero stati così scellerati verso i popoli dei paesi cui passarono. Quei pochi superstiti certo ebbero a soffrire la vendetta ben meritata dei popoli offesi.

Arrivati ad Altorf Si soffermammo ed ebbimo l'occasione di vedere ed ammirare la piazza ove l'oppressore Ghessler aveva fatto piantare l'albero con appello d'Austria intimando la riverenza onde scoprire i nemici della casa d’Austria. Non puossi immaginare qual commozione inspira quel luogo per uno che sappia essere stato uno dei principali onde dar motivo al risorgimento della nostra indipendenza. Degno di riverenza e rispetto è il nome del famoso arciere Guglielmo Tello il quale, sdegnando un atto così umiliante, ne sprezzò il comando dell'egoista tiranno.

Dopo averne impresso viva memoria di quel rispettabile luogo, si avviammo per Fiora.


Fiora

Questo paese è quasi congiunto con Altorf per mezzo di case lungo la strada erette. Fiora trovasi precisamente al capo del lago dei Quattro Cantoni ove il fiume Räuss mette foce.

Giunse l'ora che partiva il vapore. Entrammo in questo circa alle due dopo mezzo giorno. Era un bellissimo dì, il lago molto tranquillo che ci offeriva un felicissimo viaggio. Trovammo nel vapore altri Ticinesi fra i quali cinque di Ludiano, un certo Bartoni fratello dell'avvocato Bartoni di Lotigna con due Lombardi residenti in Blenio. Dopo aver inteso che essi pure erano diretti per Australia, si contraccambiammo parole di futura amicizia. Bartoni e i due suoi camerati Lombardi, lungo il viaggio sul lago, cantarono canzoni d'allegrezza ed essendo essi molto versati nel canto, attirarono l'attenzione non solo degli italiani Svizzeri, ma di tutti quelli che nel vapore trovaronsi, dimostrando atti di molta compiacenza e soddisfazione.

Da alcuni pratici ci fu mostrato lo scoglio ove i nostri Svizzeri, per esternare la memoria del famoso Tello, eressero una piccola cappella. Questo scoglio è ove egli, con destrezza maestra, spiccò il salto dalla barca sulla quale il medesimo Chessler trovavasi onde condurre l'invitto montanaro nelle prigioni di Küssnacht.


Lo scoglio di Tell

Ma la giustizia divina, stanca di vedere i suoi figli da mano così barbara oppressi, ne preparava il risorgimento della libertà e la ruina dei tiranni. Spaurito il despota d'esser ingoiato dalle onde furibonde del lago e sapendo essere Tello famoso rematore, lo fé slegare pregandolo di salvarlo. Povero Ghessler! mai più egli credeva esser vicina la giusta vendetta della sua superbia ed alterigia colla quale trattava quei buoni paesani. Ecco che il Tello, vistosi a tiro dello scoglio, diede il salto lasciando la barca in balia dell'onde, e di là si porta nella Via Cava risoluto di liberare i Valdstetti se il lago risparmiava il tiranno. Più giusto era però che l'orgoglioso Vicario cadesse vittima sotto colui che tanto aveva offeso, come avvenne.

Arrivammo a Lucerna circa notte il 19 luglio.


Lucerna

Fummo ben accolti da un ostiere che aveva ricevuto ordini a proposito. Si fermammo tutto il giorno seguente ed ebbimo l'opportunità di esaminare, così alla generale, la pittoresca situazione di questa piccola città divisa dal fiume che dal Lago dei Quattro Cantoni sorte; ma due ponti la congiungono. Vedesi bellissime case, negozi d'ogni genere e ben muniti. La popolazione è di statura alta e di sangue eccellente, rispettosa verso i forestieri.

Alla mattina del 21 si avviammo, condotti adesso da un certo Müller con due così detti Omnibus, carrozze grandi. Passammo molti paesi assai deliziosi e giungemmo, alla sera, ad Olten.


Olten

Da Lucerna fino qui vedemmo molti verdeggianti prati, piante con copiosi frutti pendenti. Tutto, insomma, quello che questa stagione può offrire per rendere il nostro viaggio assai dilettevole.

A Zofingen, ultimo paese prima di arrivare a Olten, fummo sorpresi nel vedere sì bella gente. Molti si affacciavano ai balconi delle loro case attirati dalla curiosità del rumore delle vetture e nel vedere gente in sì gran numero, sconosciute (debbesi notare che eravamo piú di venticinque). In special modo si videro zitelle con faccia da ninfa e certo un poeta non avrebbe esitato trovarne una onde decantarla qual Laura.

All'alba partimmo da Olten varcando la piccola montagna che stavano perforando per condurre la ferroviasino a Lucerna. Vedemmo Liestal, capitale di Basilea Campagna. Non puossi certamente chiamare città, ma è un bellissimo borgo in una posizione assai adattata.

Entrammo nella opulenta Basilea che il sole ne risplendeva ancora coi suoi raggi i suoi magnifici palazzi.


"L'opulenta Basilea"

Basilea non offre una bella simmitria di case, contrade non essendo queste in linea retta ma con differenti giravolte, però è di grande estensione e trovasi pure piazze assai comode, spasseggi dilettevoli. Un eccellente ponte attraversa il Reno, il quale fiume la divide. Ben si scorge essere essa la città più ricca della Confederazione.

Vedonsi case grandissime e di buona architettura, magazzeni e botteghe ben fornite, alberghi di molto lusso, chiese pittoresche, abitanti in gran folla, carrozze con molta differenza le une dalle altre, cavalli da tiro di una grande e bella statura, nonché altri brillanti e di superbo calpestio. Non parlo degli operai d'ogni genere che per ogni dove vedonsi intenti al loro travaglio.

Cinque o sei giorni restammo in questa città: era pur l'ultima delle Svizzere città che dovemmo vedere nel nostro viaggio. Fummo obbligati anche a far rassegnare i nostri passaporti onde passare per la Germania.

A Basilea si congiunsero con noi alcuni altri Samionesi e tre di Mesocco e con ciò eravamo circa quaranta, tutti per Australia. Qui il signor Müller ci lasciò, ed un altro della ditta Ber Herzog di Grigioni del quale non mi ricordo il nome, ci accompagnò sino ad Hamburg.

Il 28 lasciammo Basilea e tutto il territorio svizzero per entrare su quello della Germania e primieramente in quello del Ducato di Baden. Entrati nel primo paese di Baden, prendemmo la ferrovia sino a Mäinem (Mannheim), Prussia. Poco potemmo vedere essendo trasportati con tanta velocità. Alcuni dei nostri soffrirono per non esser costumati in tali cariaggi o vagoni, e non avendo comodo per fare quanto bisogna in tali viaggi. Ben potemmo scorgere spazio immenso di terreno sterile ed incoltivabile. Da Mäinem facemmo un piccolo tratto di strada a piedi per un sentiero onde giungere al Reno e prendere il vapore sino a Colonia ove arrivammo la notte del medesimo giorno.

Colonia è una vasta città di nissuna bella simmitria né di contrade né di palagi. Di questi ultimi ve ne sono di grandissimi ma non danno piacevole vista a motivo delle contrade poco larghe e piane. Visitammo la chiesa o meglio la Cattedrale che è già da più di seicento anni che travagliano in essa e ci fu detto che prima d'essere giunta a termine facevano duopo trecento anni ancora di lavoro. Essa è grandissima e certo che bisognerebbe migliore capacità della nostra per apprezzare e conoscere la varietà ed il valore di quel travaglio. Solo possiamo affermare che è qualche cosa di rara bellezza.

Osservammo pure in questa città una razza di cavalli da tiro di una straordinaria grandezza e di proporzionata corporatura. Il Reno divide la città ed un ponte su questo la congiunge. Non voglio toccare a minuto tutti i paesi toccati, solo che il giorno 2 agosto giungemmo ad Hamburg dopo un piccolo tragitto di vapore da Arbourg. Era circa il tramontare del sole ed in conseguenza quasi notte. Scorgemmo nel porto alcuni vascelli i quali attirarono la nostra attenzione.


Il porto di Colonia

Ma qual fu la nostra sorpresa quando l'agente ci condusse in albergo o meglio bettola di povero aspetto. Argomentavamo di questo allor quando si mettemmo a tavola per cenare venendoci portato un poco di té con pane nero ed un poco di buttirro. Un bisbiglio cominciossi far intendere, il quale proruppe in reclamazione prima contro l'ostiere, indi contro l'agente. Questo, per mezzo interprete, ci faceva dire essere solo per quella sera essendo giunti in tanti ad un tratto. Così, migliorando di qualche cosa, fu tutto tranquillo. Ma quando venne l'andare a letto, non solo fu bisbiglio e riclami, ma bensì minaccia; e fortunato fu l'agente che se la svignò. Alcuni cercarono di metter la quiete, altrimenti ve ne erano di quelli che gli avrebbero messo addosso le mani. I letti erano certi affari fatti a guisa di materazzi con entro una certa erba che noi la chiamiamo «lisca», distesi sul pavimento d'una stanza grande e d'aspetto spiacevole, con misere coperte.
Se lungo il nostro viaggio fummo trattati da gentiluomini, qui non posso usare altra espressione che dire «eravamo trattati come ‘porchi’». Cominciammo presagire che anche su mare non saressimo corrisposti come il contratto.

Finalmente per la prima notte non si ha potuto far altro che adattarsi alla meglio ed aspettare impazienti il giorno. Troppo lungo sarebbe ed anche noioso se raccontassi tutte le piccole vicende, solo mi restringo a dire che alla mattina si rinnovarono le reclamazioni e si ottennero alcuni cambiamenti sia nel mangiare come dormire.

Dimorammo la parte di cinque giorni in questa città, il qual tempo lo spendemmo nel girare le contrade, nell'osservare il porto. Hamburg è posta alla foce del fiume Elba il quale diventa canale navigabile per un buon tratto. Entrano pure nel porto vascelli di grosso calibro i quali vengono tirati dai vapori sin che questo fiume, il quale forma quasi un golfo, non entra nel Mare del Nord. Hamburg offre alcune belle contrade alle quali fanno piacevole veduta la facciata di magnifici palazzi. Daltronde però sonovi contrade assai strette e malinconiase per la male nettezza ed un certo scuro che la strettezza di questa ne rende. Si vedono pure molti molini a vento, fabbriche d'ogni sorta, un eccellente istituto infantile, un clima buonissimo per città di Porto. Essa ha pure una grande estensione. Le genti sono d'un bellissimo colore e di statura completa.

Mi rincresce assai il non potermi soffermare a dare alcune nozioni politiche riguardo a questa città essendo essa una delle Metropoli germaniche indipendente. Ma se in questo mi dilungassi ne diventerebbe troppo voluminoso il libro e forse non potrei giungere alla fine di quanto mi proposi raccontare.


Insieme, in società, di comune accordo.

Cattaneo.

Sindaco di Biasca nel biennio 1854-1855.

Richiedenti.

Inattivi, con le mani in mano.

Beck e Herzog.

Mettendolo insieme.

Fransioli Giuseppe, sacerdote di Dalpe. In disaccordo con i suoi superiori lascerà il posto per emigrare in America.

Pronto.

Non davo loro importanza, le dimenticavo.

Sonderbund. Guerra religiosa fra cantoni cattolici e protestanti che terminò con la vittoria dei protestanti e la cacciata dei Gesuiti. Guidava l'esercito vittorioso il generale Dufour. Il Cantone Ticino partecipò a questa guerra al fianco dei cantoni protestanti e mandò un piccolo esercito agli ordini del Colonnello Luvini ad Airolo.

Maglioni di lana fatti a mano.

Furono pronti.

Guatò, da guatare: guardare ostilmente, sospettosamente, con paura.

Si preparavano le noci da portare al frantoio.

Evasivamente.

Arma da fuoco a canna corta che si usa quando il bersaglio è vicino.

Arma a canna lunga che si usa quando il bersaglio è lontano.

Lombardini Giuseppe.

L’emigrazione semionese insieme a quella malvagliese verso la Francia ebbe inizio nei primi anni del 1800. Era una emigrazione periodica (andando e venendo...)

Andermatt.

Bassa valle della Reuss.

Abituato.

Si fa riferimento all'esercito di Souwaroff che, forte di 18'000 soldati di fanteria e 6'000 di cavalleria, attraversò il Canton Ticino e raggiunse il Gottardo dove fu assalito e sconfitto dalle truppe francesi. Correva l'anno 1798.

Deviare.

Altdorf.

Reuss.

Bertoni Stefano fu Giacomo di Lottigna.

Ghessler.

Personificazioni femminili di elementi o fenomeni della natura di rara bellezza. Si distinguevano in «immortali» (Oceanine e Nereidi) e in «mortali» (Naiadi, Oreadi, Amadriadi).

Si allude a «donna Laura» cantata dal Petrarca.

È l'Hauenstein.

Passeggiate.

Granducato dal 1806 al 1819 poi Regno fino al 1871.

Baden-Baden.

Mannheim.

La costruzione della cattedrale o meglio del Duomo di Colonia ebbe inizio nell'anno 1248. È di stile gotico.

Erba che cresce nelle paludi o luoghi umidi che veniva usata qui da noi per i giacigli in montagna e in piano.

Stazza, tonnellaggio.

Vi sono.

Malinconiche.

Come città libera (1618) fu incorporata nell'Impero Napoleonico nel 1810, dal 1819 fece parte della Confederazione germanica e nel 1871 del Nuovo Impero Tedesco.

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