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Nota del curatore
Dire dell'emigrazione in generale e di quella verso l'Australia in particolare credo sia cosa superflua dal momento che l'amico prof. Giorgio Cheda, nei suoi due volumi L'emigrazione ticinese in Australia ha scritto questa pagina della nostra storia con competenza e ricchezza di particolari. lo mi limiterò semplicemente a sottoporre al lettore tre lettere che mettono in evidenza alcune cause che hanno contribuito a far esplodere questo fenomeno.
Una di queste, la seconda, è già stata pubblicata dallo stesso Cheda su uno dei volumi citati. Della prima, del 1855, scoperta da me solo qualche giorno fa, ha dato solo la notizia dell'esistenza.
Lassemblea patriziale decise affermativamente e incaricò la Municipalità di dar seguito alla richiesta. Fu necessaria però una seconda lettera per sollecitare quanto sopra.
Dopo questa seconda lettera l'assemblea patriziale fonda l'AZIENDA EMIGRAZIONE e nomina una delegazione di tre membri incaricata della ricerca dei fondi necessari.
Si trovano le prime somme presso privati: il 10 febbraio 1856 fr. 3'400; il 16 agosto 1856 fr. 8'000.
Ma sono ben poca cosa in rapporto al bisogno. E passano due anni ancora. Per sollecitare nuovamente la delegazione, occorre una terza lettera.
Questa terza lettera provoca le dimissioni della prima delegazione e la nomina di una seconda che si dà veramente da fare.
Il Patriziato di Campo Vallemaggia mette a disposizione dell'Azienda la somma di fr. 25'000 all'interesse del 5 %; i fratelli Tonolla, Mesolcinesi, ne mettono a disposizione 38'000. In totale la delegazione riesce a mettere insieme la bellezza di 112'000 fr., una cifra enorme per quei tempi.
Per mettere ancora una volta in evidenza la triste situazione in cui si trovava il paese mi permetto di aggiungere alle tre lettere quella della sorella di due emigranti, nella quale a un certo punto si dice che «ora non ci troviamo più che con due patati» e si accenna anche a quel morbo che per ben due volte ha messo in allarme il nostro cantone nel secolo scorso: il COLERA.
Furono parecchi i Biaschesi che emigrarono verso terre lontane che «riboccavano d'oro e di altri metalli preziosi» già prima del 1855.
Nel 1852 emigrò in Australia il Dr. Francesco Rossetti che fece un viaggio insolito: Biasca - Genova -Alessandria - Cairo - Suez - Perth - Melbourne.
Giuseppe Strozzi partì con i suoi compagni nel 1854. Come fece a trovare la somma necessaria ve lo dirà lui stesso.
Ma veniamo al Diario e all'autore.
Tutte le volte che scopro un nuovo documento che mi sembra importante, significativo, prezioso, mi lascio prendere dall'emozione. Subito, però, si fa strada la gioia e mi vien voglia di correre, di gridare, di partecipare a tutti la mia scoperta, ma quasi sempre questa gioia devo tenermela dentro.
Quando l'amico Giuseppe Rossetti mi disse: «Guarda che in quella casa ho visto un diario così e così ... » -subito mi son lasciato prendere dall'ansia e in pochi attimi fui davanti alla casa. Alla signora Laura Massera che venne ad aprirmi chiesi, trepidante, notizie del Diario. Volevo vederlo subito per girarmelo fra le mani, leggerne un pezzettino lì sulla porta. Ma non fu così. Dovetti attendere dieci giorni e più.
Subito però ebbi l'autorizzazione di fotocopiarlo ed anche, se fosse risultato interessante, di pubblicarlo.
Lo lessi tutto d'un fiato con gioia, con interesse, con avidità. Non finivo più di stupirmi. Da quelle righe scritte diligentemente a mano, con l'inchiostro, uscivano notizie e notizie. Erano pagine di vita vissuta, di racconti di viaggi, di ricordi, dalle quali emergevano personaggi e personaggi, figure di uomini semplici, modesti, intraprendenti, di uomini che han fatto un po' di storia, navigatori, esploratori, Cristoforo Colombo, il «Liguria», come lo chiama lo Strozzi.
E in mezzo a tutto questo ecco Giuseppe Strozzi, autore e protagonista del Diario, il cercatore d'oro, l'esploratore ma soprattutto il Biaschese; e con lui ecco gli altrì cercatori d'oro biaschesi che, al momento opportuno diventano anche abili lanciatori di pietre, ecco anche Malvagliesi, Semionesi, Valmaggesi, Morobiotti, Svizzeri Tedeschi e poi Italiani, Austriaci, Irlandesi, Americani.... ecco Francesco Rossetti, dottore, amico e quasi padre di tutti i cercatori d'oro biaschesi, sempre pronto a dare il suo aiuto; ecco l'Americano, «alta statura, occhi vivaci, bocca ridente, nobile cuore» che salvò Giuseppe e Aurelio dalla furia degli Irlandesi; ecco Pietro Strozzi, padre esemplare e ammirevole; ecco Giuseppe: tiene fra le sue braccia l'amico Sebastiano che sta morendo di colera; ecco anche due aborigene, due donne selvagge ma forse più donne che selvagge; e altri ancora...
Giuseppe Strozzi, ho detto, l'uomo
che ebbe la sventura di non conoscere sua madre morta subito dopo il parto,
che fu allattato da una capra bianca,
che venerò suo padre,
che lasciò lo studio nel quale credeva, per emigrare in cerca di fortuna,
che percorse in lungo e in largo il Distretto di Vittoria senza mai perdersi di coraggio,
che incontrò sul suo cammino i fortunati «che in poco tempo ammassarono il lusinghiero tesoro» e gli sfortunati, quelli che Aassi e smunti per le fatiche dell'errare d'un luogo all'altro» chiedevano «o un pezzo di pane o del ta-bacco» o la strada,
che vide nascere le prime città: Melbourne, Ballarat, Bendigo, Avoca, e altre ancora,
che fu testimonio della incredibile crescita della popolazione nel distretto di Vittoria: da 236 abitanti il 25 maggio del 1836 a 633'000 abitanti trent'anni dopo, nel 1866,
che segnalò ripetutamente la fertilità di quella terra auspicando un futuro agri-colo-pastorale,
che riuscì a farsi ricevere dal Ministro della Terra a Melbourne insieme al con-sole svizzero,
che diventò poi lui stesso allevatore e agricoltore,
che patì la fame e la sete,
che insieme ai suoi compagni corse in aiuto dei due Svizzeri tedeschi ai quali gli Irlandesi avevano rubato il claim,
che marciò con i diecimila armati di pale e picconi verso la casa del Commissa-rio per chiedere gìustizìa per i suoì compatrioti,
che non dimenticò mai la sua Patria e il perché l'aveva lasciata,
che fu informato da Severino Guscetti della morte di Stefano Franscini e a mi-gliaia di chilometri lontano dalla sua terra manifestò il suo dolore per que-sta morte scrivendo parole di ammirazione e di cordoglio,
che ebbe la fortuna di vivere in mezzo a tanti amici, e che amici,
che tradusse e scrisse su questo Diario le peripezie di una spedizione attraverso l'Australia e dedicò parole stupende al comandante Burcke e a King, l'uni-co sopravvissuto,
che, tornato in Patria nel 1868 per trovare il padre ammalato, trovò anche la sua donna, si sposò ed ebbe undici figli,
che non tornò più in Australia,
che fu di nuovo allevatore o meglio contadino, poi impresario, poi negoziante e infine, nel 1895, Commissario di Governo della Riviera.
Giuseppe Strozzi fu sempre un uomo buono. Morì nel 1903 all'età di 69 anni.
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