Nota del curatore


Dire dell'emigrazione in generale e di quella verso l'Australia in particolare credo sia cosa superflua dal momento che l'amico prof. Giorgio Cheda, nei suoi due volumi L'emigrazione ticinese in Australia ha scritto questa pagina della nostra storia con competenza e ricchezza di particolari. lo mi limiterò semplicemente a sottoporre al lettore tre lettere che mettono in evidenza alcune cause che hanno contribuito a far esplodere questo fenomeno.

Una di queste, la seconda, è già stata pubblicata dallo stesso Cheda su uno dei volumi citati. Della prima, del 1855, scoperta da me solo qualche giorno fa, ha dato solo la notizia dell'esistenza.

Biasca, 5 giugno 1855 Alla lodevole Municipalità di Biasca

Signori sindaco e municipali,

Isottoscritti Patrizzi del Comune di Biasca allettati dal desiderio di cambiare la loro sorta sociale sarebbero detterminati di recarsi nell’Australia dove molti Ticinesi a quest'ora hanno già fatto la loro fortuna, ma non possono presentemente mandare ad effetto Ia loro risoluzione per mancanza dei mezzi pel viaggio.

Egli è per questo che a voi signori sindaco e municipali avanziamo lapresente domanda con preghiera di sottoporla all'assemblea patriziale pregandola di favorirci la somma necessaria pel viaggio sino in Australia alle seguenti condizioni.

I. Il Comune e Patrizziato fornirà ai sottoscritti il denaro bisognevole pel viaggio di cui sopra contra una benevisa ed idonea sigurtà da riconoscersi o dalla Municipalità o da una delegazione nominata dall'assemblea stessa.

2. Dentro due anni sarà restituita la metà della somma ricevuta ed il rimanente dentro due altri anni successivi, col suo interesse legale annuo.

3. Tutte le spese occorribili pel mutuo, rogiti sono a carico dei petenti.

Fiduciosi di essere aiutati, come già fecero altri comuni verso i loro concittadini, rassegnano i sensi della loro considerazione.

I. Sprugasci Aquilino
2. Tinetti Andrea
3. Delmuè Aquilino
4. Stefano Sciaroni
5. Luigi Rossi
6. Del Re Pietro
7. Capriroli Giuseppe
8. Rossetti Basilio
9. Vanina Gius. Antonio di Carlantonio
10. Rodoni Gabriele
11. Vanina Giuseppantonio del fu Jovanes
12. ivera Davide di Giuseppeantonio

L’assemblea patriziale decise affermativamente e incaricò la Municipalità di dar seguito alla richiesta. Fu necessaria però una seconda lettera per sollecitare quanto sopra.


Biasca, 9 luglio 1856
Alla Lodevole Municipalità di Biasca

I sottoscritti e sottosegnati patrizi di questo Comune si rivolgono alle SS.LL. interessandole a volere sottoporre ad apposita assemblea da convocarsi domenica prossima futura la qui sotto supplichevole domanda accompagnandola di favorevole preavviso.

All'assemblea Patriziale

Molti uomini di senno sono dì parere che la emigrazione sollevi dalla miseria che disonora e dalle inibizioni [?] che minacciano e che scioglierà la questione del pauperismo - che alcuno non sapesse convenire in questo misconoscerebbe quanto l'esperienza ha insegnato. Voi stessi, o cari compatrioti, siete testimoni oculari del felice successo e della prosperità conseguita da coloro, che per la crisi del lavoro, e per l'eccesso della popolazione abbandonarono il luogo, Il paese e la patria per aprirsi nuove vie e per procurarsi un diverso destino. Se non fosse presumere troppo l'azzardare un giudizio sui destini dell'avvenire, gli infrascritti osserverebbero che l'unica ancora di salute per questo paese, già sin d'ora ridotto in una lamentevole e triste posizione, sarebbe l'emigrazione. La seguita distruzione delle foreste è la principal sorgente delle malevoli condizioni di cui la generalità della popolazione ne presentisce la vicina influenza. L'esercizio del mestiere del borratore, quantunque costasse dei sacrifici a questo comune motivo delle frequenti vittime, ciò nondimeno se era incapace a fruttare agio e ricchezza, era però sufficente a sopperire alla soddisfazione dei più stringenti bisogni.

Ma ora che agli immensi tratti di terra a bosco fu sostituito lo spoglio e l'orridezza, qual partito resta ad appigliare?

Certamente la determinazione delli scriventi di recarsi alle miniere aurifere delle Australie sarebbe la più efficace e lapiú opportuna allo scopo elevare una barriera insormontabile per gli elementi minaccevoli e disturbatori. Ma la straordinaria penuria dell'enumerario confina i medesimi sul campo dell'impossibile allorché si tratta realizzare questo lodevole divisamento. Voi però, onorevoli concittadini, potreste senza il benché minimo discapito facilitare e procurare i mezzi per l'ntraprendimento di cui sopra. Se non volete ostare ad un espediente che ancora rimane a soccorso della povertà, come correttivo della miseria, dovete avvalorare e confermare quanto a questo riguardo avete disposto fin dall'anno passato, cioè mutuare in nome del Patriziato una somma proporzionata al numero degli emigranti.

Le possibile resultanze, assecondando voi questa domanda, sono un segreto che la mente umana non può, per ora almeno, decifrare; ma Dio ha promesso di prestare il suo braccio a beneficio degli infelici, e quindi statevene certi che non dovrete portare verun pentimento se favorevolmente in oggi deliberate.

I petenti confidando nella vostra generosità passan o senz'altro a professarsi con stima

Devotissimi e obbligatissimi vostri concittadini

Aquilino Sprugasci di Martino
Rossetti Basilio illetterato fa il seguente segno [segue il segno]
Sebastiano Papa di Marco
Giuseppe Antognio Rodoni fu Giuseppe
Rossi Eugenio di Carlo
Delmuè Giovanni per il suo figlio Pietro per essere illeterato fa la presente marca [segue il segno] Rivera Pietro Giuseppe Capriroli

Dopo questa seconda lettera l'assemblea patriziale fonda l'AZIENDA EMIGRAZIONE e nomina una delegazione di tre membri incaricata della ricerca dei fondi necessari.

Si trovano le prime somme presso privati: il 10 febbraio 1856 fr. 3'400; il 16 agosto 1856 fr. 8'000.
Ma sono ben poca cosa in rapporto al bisogno. E passano due anni ancora. Per sollecitare nuovamente la delegazione, occorre una terza lettera.


Biasca, li 20 gennaio 1858
Alla lodevole Municipalità
BIASCA

Gli scriventipatrizi di Biasca animati del felice successo riportato da non pochi loro compatrioti in seguito all'emigrazione oltre mare, si rivolgono alle S. V perché si compiacino radunare per Domenica prossima ventura Assemblea Patriziale allo scopo risolvere un mutuo, sotto le cautele altre volte usate, da destinarsi a favore di coloro che sarebbero intenzionati cercarsi miglior sorte e fortuna in regioni lontane.

La scarsità, la tenuità dei lavori e la numerosa concorrenza per la loro assunzione sono circostanze che ove ulteriormente si verificassero condurrebbero il paese nella più desolante posizione.

Ciò ritenuto non havvi altro espediente, via meglio sicura ed efficace per ricondurre il paese in uno stato veramente normale e di solido prosperamento che il facilitare l'emigrazione per paesi che riboccano d'oro e di altri metalli preziosi.

Non si tema che una volta favoriti possano i ricorrenti facilmente dimenticarsi dellapatria e dei benefici ricevuti, stante che l'esperienza ha dimostrato che niente vale per scancellare dal cuore di uno Svizzero I sentimenti di riconoscenza, gli affetti famigliari e l'attaccamento alle patriottiche istituzioni.

Voi, o signori, conoscete la condizione dei petenti, sapete apprezzare le diffidenze, le apprensioni che attualmente regnano nei capitalisti in conseguenza delle rilevanti crisi commerciali, e questo assicura che il presente ricorso troverà nella vostra saviezza una buona accoglienza ed un forte appoggio.

Aggradite i sensi di distinta stima e considerazione.

Rossetti Pietro fu Natale
Rossetti Martino di Giovanni Antonio
Simone Caprirolo per essere illeterato fa la marca di casa [segue il segno]
Rossetti Basilio per essere illeterato fa la seguente marca [segue il segno]
Tatti Pietrofu Pietro per come sopra fa il seguente segno [segue il segno]
Del Re Giovan Domenico di Giovanni fa il seguente segno [segue il segno]
Sebastiano Rossetti
Rossetti Costantino di Giuseppe
Rossetti Gio. Antonio di Gio. Antonio per essere illeterato fa la marca di casa [segue il segno]
Delmuè Giuseppe Antonio per come sopra
Guidotti Giovan Domenico per come sopra
Vanina Desiderio
Rivera Pietro
Maggini Giacomo
Delmuè Giovan Domenico
Vanina Giuseppefu Giuseppe
Totti Carloper essere illeterato fa ilseguente segno [segue il segno]
Giovanni Rossi di Loderio per il figlio Benedetto

Questa terza lettera provoca le dimissioni della prima delegazione e la nomina di una seconda che si dà veramente da fare.

Il Patriziato di Campo Vallemaggia mette a disposizione dell'Azienda la somma di fr. 25'000 all'interesse del 5 %; i fratelli Tonolla, Mesolcinesi, ne mettono a disposizione 38'000. In totale la delegazione riesce a mettere insieme la bellezza di 112'000 fr., una cifra enorme per quei tempi.

Per mettere ancora una volta in evidenza la triste situazione in cui si trovava il paese mi permetto di aggiungere alle tre lettere quella della sorella di due emigranti, nella quale a un certo punto si dice che «ora non ci troviamo più che con due patati» e si accenna anche a quel morbo che per ben due volte ha messo in allarme il nostro cantone nel secolo scorso: il COLERA.

Biasca, 9 dicembre 1863 Carifratelli,

Abbenché io avessi fatto proposito di non più scrivervi avendo avuto un po a male la proibizione da voi fattami nell'ultima vostra di non più farvi scrivere da altre persone fuorché il vostro curatore, eppure, per l'amore che a voi porto abbandono i capricci e giacché ora, per essermi applicata l'inverno scorso agli studi, mi è possibile esprimere i miei sentimenti in iscritto bastevolmente per farmi intendere, mi risolvo ad inviarvi questo scritto di mia spontanea volontà e di nascosto persino dalla Madre e dal vostro curatore medesimo onde darvi un esatto dettaglio sui affari de nostri interessi. Prima di tutto, a giustificazione della vostra rampogna, vi dirò che s'io mi determinai a farvi scrivere l'ultima lettera dal Giuseppe Vanina, fu solo per causa del vostro curatore stesso che, dopo averlo sollecitato più volte a scrivervi, mi rispose che dovessi rivolgermi a chi ben credevo, che egli era impossibile che potesse scrivervi, che non era capace, non aveva tempo e via con altre mille lusinghe, ed io non sapeva a chi rivolgermi.

Ora veniamo a noi. Prima di tutto desidererei sapere una verità.- se il Desiderio Vanina vi trovò prima di partire sì o no, perché la Madre provò molto dispiacere al vedere che lasciaste ritornare un patriotta e nostroparente ancor senza nemmeno dirgli una parola per vostra Madre o consegnargli solamente un marengo come una piccola memoria che a lei gli sarebbe riuscito più che opportuna e vi avrebbe mostrato la sua riconoscenza. Più noi non sappiamo cosa pensare di voi perché tutti coloro che rimpatriano parlano bene di voi e dicono che chi ha denaro è il «ghinghin», ed a casa non mandi niente. Pensaci!

Riflettete che se a casa aveste mandato solamente una decina di marenghi annualmente i nostri interessi sarebbero andati di bene in meglio e non di male in peggio come vanno; che per non lasciarci fare delle spese delle esecuzioni siamo stati costretti a vendere tutte le bestie, ad eccezione della giovenca di latte che ci è andata a male su nei monti il mese di settembre, e abbiamo venduto anche il fieno ed ora non ci troviamo più che con due patati.

Ma questo è niente, peggio è il disonore. E questa condizione deve sembrare amara alla Madre. Insomma, o fratelli, fate in modo di mandarci qualche cosa onde sollevarla da tanti fastidi che tutti i giorni la crucciano e sostenere l'onore della vostra famiglia, che vi sono pur troppo dei nemici che vanno tutti in gioia al vedere che la nostra famiglia degrada e che voi non pensate più al suo sostenimento. Fate dunque di non dare meno ancora al sostentamento della vostra famiglia, primo per il vostro onore, secondo perché un giorno sarà sempre meglio per voi. M'intendete?

Spero che se una scintilla d'affetto vi rimane ancora per me eper colei che vi diede la vita e che tanto stentò per voi, vi adopererete d'ora in avanti a tutto potere onde renderla contenta e farle sembrare meno pesanti quei pochi giorni che le rimane ancora di vita. Così operando avrete la contentezza di dire che siete il sostegno della sua vecchiaia. Ora avete campo di riflettere come volete.

Mi sono scordata di dirvi che desidererei sapere cosa vi ha fatto la Madre, se ha commesso delle ingiustizie con voi perché più non vi ricordate di lei e non pensate al suo soccorso.

Presentemente di salute stiamo discretamente. Solo questa primavera la Madre è stata ammalata a letto. È stata obbligata solo per tre giorni, ma temevamo che in quelli dovesse lasciarvi la vita tanta era la veemenza del male essendo come una specie di colera.

Ora sembrami abbastanza per fare la chiusa sperando che sarete per appagare il mio desiderio e darmi un pronto riscontro,

Vi saluto adunque caramente implorandovi dal cielo le sue benedizioni.

Vi lascio con una stretta di mano e sono per sempre con sincerità

Vostra affezionatissima sorella Del Re Elisabetta

PS. Sappiate che il cognato Aquilino l'anno scorso ha mandato alla sua moglie 50 marenghi ed una Sterlina per nostra madre. Anche del cognato Carlo Antonio abbiamo notizia che sta bene con tutta la famiglia ed anch’egli ha mandato alla nostra Madre una Sterlina, e la sua figlia Luigia 5 fr. Sappiate ancora che questa primavera, nella speranza che avreste mandato qualche cosa voi altri, abbiamo firmato una cambiale di 28 marenghi per pagare il Defendente Rodoni e così a stento li abbiamo trovati in imprestito ma però per poco tempo.

Furono parecchi i Biaschesi che emigrarono verso terre lontane che «riboccavano d'oro e di altri metalli preziosi» già prima del 1855.

Nel 1852 emigrò in Australia il Dr. Francesco Rossetti che fece un viaggio insolito: Biasca - Genova -Alessandria - Cairo - Suez - Perth - Melbourne.

Giuseppe Strozzi partì con i suoi compagni nel 1854. Come fece a trovare la somma necessaria ve lo dirà lui stesso.

Ma veniamo al Diario e all'autore.

Tutte le volte che scopro un nuovo documento che mi sembra importante, significativo, prezioso, mi lascio prendere dall'emozione. Subito, però, si fa strada la gioia e mi vien voglia di correre, di gridare, di partecipare a tutti la mia scoperta, ma quasi sempre questa gioia devo tenermela dentro.

Quando l'amico Giuseppe Rossetti mi disse: «Guarda che in quella casa ho visto un diario così e così ... » -subito mi son lasciato prendere dall'ansia e in pochi attimi fui davanti alla casa. Alla signora Laura Massera che venne ad aprirmi chiesi, trepidante, notizie del Diario. Volevo vederlo subito per girarmelo fra le mani, leggerne un pezzettino lì sulla porta. Ma non fu così. Dovetti attendere dieci giorni e più.

Subito però ebbi l'autorizzazione di fotocopiarlo ed anche, se fosse risultato interessante, di pubblicarlo.

Lo lessi tutto d'un fiato con gioia, con interesse, con avidità. Non finivo più di stupirmi. Da quelle righe scritte diligentemente a mano, con l'inchiostro, uscivano notizie e notizie. Erano pagine di vita vissuta, di racconti di viaggi, di ricordi, dalle quali emergevano personaggi e personaggi, figure di uomini semplici, modesti, intraprendenti, di uomini che han fatto un po' di storia, navigatori, esploratori, Cristoforo Colombo, il «Liguria», come lo chiama lo Strozzi.

E in mezzo a tutto questo ecco Giuseppe Strozzi, autore e protagonista del Diario, il cercatore d'oro, l'esploratore ma soprattutto il Biaschese; e con lui ecco gli altrì cercatori d'oro biaschesi che, al momento opportuno diventano anche abili lanciatori di pietre, ecco anche Malvagliesi, Semionesi, Valmaggesi, Morobiotti, Svizzeri Tedeschi e poi Italiani, Austriaci, Irlandesi, Americani.... ecco Francesco Rossetti, dottore, amico e quasi padre di tutti i cercatori d'oro biaschesi, sempre pronto a dare il suo aiuto; ecco l'Americano, «alta statura, occhi vivaci, bocca ridente, nobile cuore» che salvò Giuseppe e Aurelio dalla furia degli Irlandesi; ecco Pietro Strozzi, padre esemplare e ammirevole; ecco Giuseppe: tiene fra le sue braccia l'amico Sebastiano che sta morendo di colera; ecco anche due aborigene, due donne selvagge ma forse più donne che selvagge; e altri ancora...

Giuseppe Strozzi, ho detto, l'uomo

che ebbe la sventura di non conoscere sua madre morta subito dopo il parto,
che fu allattato da una capra bianca,
che venerò suo padre,
che lasciò lo studio nel quale credeva, per emigrare in cerca di fortuna,
che percorse in lungo e in largo il Distretto di Vittoria senza mai perdersi di coraggio,
che incontrò sul suo cammino i fortunati «che in poco tempo ammassarono il lusinghiero tesoro» e gli sfortunati, quelli che Aassi e smunti per le fatiche dell'errare d'un luogo all'altro» chiedevano «o un pezzo di pane o del ta-bacco» o la strada,
che vide nascere le prime città: Melbourne, Ballarat, Bendigo, Avoca, e altre ancora,
che fu testimonio della incredibile crescita della popolazione nel distretto di Vittoria: da 236 abitanti il 25 maggio del 1836 a 633'000 abitanti trent'anni dopo, nel 1866,
che segnalò ripetutamente la fertilità di quella terra auspicando un futuro agri-colo-pastorale,
che riuscì a farsi ricevere dal Ministro della Terra a Melbourne insieme al con-sole svizzero,
che diventò poi lui stesso allevatore e agricoltore,
che patì la fame e la sete,
che insieme ai suoi compagni corse in aiuto dei due Svizzeri tedeschi ai quali gli Irlandesi avevano rubato il claim,
che marciò con i diecimila armati di pale e picconi verso la casa del Commissa-rio per chiedere gìustizìa per i suoì compatrioti,
che non dimenticò mai la sua Patria e il perché l'aveva lasciata,
che fu informato da Severino Guscetti della morte di Stefano Franscini e a mi-gliaia di chilometri lontano dalla sua terra manifestò il suo dolore per que-sta morte scrivendo parole di ammirazione e di cordoglio,
che ebbe la fortuna di vivere in mezzo a tanti amici, e che amici,
che tradusse e scrisse su questo Diario le peripezie di una spedizione attraverso l'Australia e dedicò parole stupende al comandante Burcke e a King, l'uni-co sopravvissuto,
che, tornato in Patria nel 1868 per trovare il padre ammalato, trovò anche la sua donna, si sposò ed ebbe undici figli,
che non tornò più in Australia,
che fu di nuovo allevatore o meglio contadino, poi impresario, poi negoziante e infine, nel 1895, Commissario di Governo della Riviera.

Giuseppe Strozzi fu sempre un uomo buono. Morì nel 1903 all'età di 69 anni.

 
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