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Pietro Strozzi |
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Non era mio scopo di descrivere tante cose della Patria, pure, trascinato da una certa indispensabilità come anche per far meglio conoscere le vicende umane ed il progresso della civilizzazione, scrissi quelle nozioni. Imperò, ora, comincerò dal seguire con metodo quanto prima propostomi.
Vedemmo attraverso le invasioni dei Barbari del settentrione, in Italia, risultarne un rimescolamento di popoli, vedemmo le famiglie degli Strozzi cacciate da Firenze ed io ne supposi che qualcuna di quelle ne fosse venuta dalle nostre parti e dare origine alla detta casa; però, non possedendo documenti autentici lascio che ognuno si formi il suo giudizio e passerò a dire, in rapporto agli Strozzi, quanto ho inteso specialmente riguardo la famiglia a cui appartengo.
Pietro Strozzi, mio padre, mi raccontava che al principio, secondo quello che gli aveva inteso, erano solo due le famiglie Strozzi, poi queste si diramarono in altre e al giorno d'oggi contano undici case o famiglie. Mi diceva che suo avolo, avendo fabbricato una piccola casa davanti alla quale c'era una pianta di ciriegia, ne divenne che alla nostra famiglia si aggiunse il sopra nome di Ceresa che attualmente non va disgiunto dal cognome. Difatti, in qualunque scrittura fatta per interesse della famiglia, trovasi sempre scritto il detto «Ceresa».

Certo è che anche gli Strozzi, dopo la sommersione primiera del paese, si accasarono in Valle Pontirone dove posseggono ancora oggi private proprietà e case, eccettuata la nostra famiglia la quale, sotto i giorni del padre di Pietro, vendè tutta la privata proprietà, case e stalle. Non puossi dire precisamente l'epoca che gli Strozzi si stabilirono di nuovo in Biasca o almeno quando cominciarono a costruire le loro case.
Devesi notare che Biasca, al presente e come fu sempre stata dopo il nuovo cominciamento, non si trova tutta riunita in un solo assembramento di case, ma ha alcune frazioni conosciute solo dai terrazzani sotto differente nome, ma fuori del paese chiamasi pure tutto Biasca.
Queste frazioni sono: «Ponte di Biasca» dove sono caseggiati gli Strozzi, Caprara, una o due famiglie Fogliani, alcuni Vanza, alcuni Rossetti. Essa frazione trovasi ove il ponte traversa il fiume Brenno vicino ove questo mette foce nel Ticino, a circa mezzo miglio dal grosso del paese. Nella frazione conosciuta sotto il nome di «Casa Tinetti» sono meno numerose le famiglie trovandosi pochi Tinetti e Fovini. La frazione di «Pedemonte», a sud del grosso paese, ha alcune case dei Delmuè, dei Del Rè e dei Rivera. È distante circa mezzo miglio dalle case che formano il paese maggiore. Finalmente ecco la frazione di «Loderio» che è la più distante delle altre. È al Nord e colà ci sono alcune famiglie Casoli, Rossi.
Mi rincresce assai il dover, qualche volta, allontanarmi da quanto mi propongo di scrivere, pure non posso fare a meno di frammettere qualche cosa fuori di quello che credevo, perché mi si affacciano certe coordinazioni di idee che prima omettei.

Ora tornerò sul mio soggetto. Mio padre, Pietro Strozzi, detto Ceresa, restò in età infantile privo di suo padre. Aveva un fratello ed una sorella maggiore di lui e una sorella minore. Il fratello morì poco tempo dopo il padre. Il padre di lui avendo preso il Dazio del Ponte dal Governo, fece perdita fortissima, cosicché venendo a morire lasciò la dilui famiglia in cattiva condizione. La vedova, madre di mio padre, donna che voleva servire di modello delle madri, tutto operò onde preservare la casa da una totale ruina. Ah! benché ero ancora giovanetto, pure sentivo per l'avola un amore fortissimo sentendo mio padre raccontare le sue buone qualità e con che bonomia cercava di sostenere i suoi figli.
Mio padre ringraziava pure il suo procuratore Pietro Antonio Strozzi il quale molto si adoperò massima quando un'altra famiglia Strozzi con il sopra nome di «Baggiani», essendo anch'essa ereditrice di mio nonno, volevano tutto mettere in esecuzione e così mettere in strada una vedova con i suoi figli. Raccomando però che qualunque della schiatta di Pietro leggesse per caso queste linee dimentichino il torto che i nostri ricevettero essendo vicende del mondo.
Con la somma attività della madre e col suo esempio, anche i figli non mancarono di assecondarla, ripararono al fallo dell'avolo e riuscirono a formare ancora una piccola sostanza tanto da vivere un po' meglio.
In questo frattempo Pietro si ammogliò con Maria nata Delmuè. Essa giovine era di una casa non spregiabile e la sua famiglia è distinta dalle altre famiglie Delmuè col sopranome di «Casa Bigarello». Eransi pure ammogliate le due sorelle sue che chiamavansi, la maggiore Maria e l'altra Marta; la prima con un Vanza e la seconda con uno Strozzi.
Nel giungere all'età del maritarsi, certo Pietro si era distinto di già nella compagnia per attività del travaglio, ed economia nella spesa, non che per grande abilità nello stimare il lavoro o pur anche i boschi, essendo il suo mestiere «borrelaio». Era ancora giovinetto e già aveva acquistata la stima e confidenza dei suoi compagni. In confronto ai tempi era pure uno fra i capaci per leggere e scrivere nonché buonissimo contista. Ben puossi appieno considerare che fosse d'intelletto molto squisito se si considera che non ebbe scuola, ma si può dire che tutto imparò con la grande attenzione che poneva se vedeva o sentiva alcuno leggere e scrivere. Certo che la grande affezione che gli portava la di lui madre non avrà mancato di fare il tutto onde infondere eccellenti principi ed esortarlo a portare attenzione per educarsi.
Questo giovine noi lo vediamo di poi non solo meritarsi la stima dei suoi compagni ed essere proposto loro reggitore o come usasi più comunemente «rasoniere», ma bensì cattivarsi l'amicizia di persone di molta voga e grande opulenza, ed essere da questi non solo stimato, ma scelto come uomo di fiducia. Gli confidarono, per la sua capacità, grandi capitali come più tardi potrassi vedere.
Alle sue nozze benché, come vedemmo, era già molto stimato, non mancarono alcune voci tra i convitati che esclamassero sotto voce, vedendo una casa tutta vecchia, una tavola molto economica ma pure con buon ordine della sua madre preparata: «Povera giovine, come s'è mal imbattuta» mettendo con ciò in evidenza la sua povertà ed alludendo che la sposa fosse di casa più innanzi della sua.
Dal suo matrimonio ebbe la seguente prole, ma fino al mio ritorno in patria non posso fissare le precise date del loro nascimento. Primo parto, due femmine gemelle chiamate Marta e Catterina che vivono ancora, a quest'epoca già madri di numerosa famiglia; nella sua seconda chiamata, Brigida pur essa con prole di già e vivente in questi giorni che scrivo. Sul primo abbondava di figlie, però non fu scarso anche di maschi. Dopo la Brigida, un maschio, che venne chiamato Agostino e che morì all'età di sette o otto anni, indi nacque Aquilino del quale parlerò più tardi; Vincenzo tenne dietro a questo, di poi Martino. Dopo un intervallo di cinque anni nacquero i due gemelli Tanasio e Giuseppe; il primo morì alcuni giorni dopo restando in vita solo Giuseppe.
Con sommo dolore perdè alcuni giorni dopo questo parto la di lui consorte, perdita grandissima per un marito restar privo dell'amata compagna che per molti anni condivise le gioie e le tribolazioni. Restava egli con numerosa figliolanza e con tre figlie ancora incapaci di alcun servizio al loro genitore e Giuseppe in culla. Quale trubolo gli doveva essere onde allevarli! Pur in mezzo a tante ardue congiunture, non si perdette di coraggio, ma rassegnato ai divini voleri, tutto operò onde supplire alla disgrazia. Diede Giuseppe ad una balia per nome Rosa dei Matti, ma visto di poi che questa non addempiva quale buonissima balia, tolse Giuseppe ancora e lo fece allattare, non senza grande tribolazione, da una capra di pelo bianco. Intesi raccontare che questa bestia ne era molto affezionata perché, quando sentiva il bambino piangere, gli rispondeva col suo belato ed una pronta venuta alla culla se si trovava distante da essa. Ognuno può ben immaginare in che condizione trovavasi il povero Pietro.
Alcune parole di gratitudine debbonsi scrivere a memoria della di lui cognata Marta Delmuè e nostra zia perché questa sempre, per quanto era in lei, usava ogni affezione pei suoi nipoti ed in particolare modo del più giovine essendo quello che più era necessaria la mano femminile. Sia dunque tramandata la riconoscenza di una tanta buona zia che già da due anni riposa insieme alla di lei sorella in quel luogo dei buoni. Certo potrebbesi accennare alcune altre persone che ebbero un poco di attenzione per questi orfanelli da parte di madre.

La Famiglia Strozzi Pietro e Maria con i figli Giuseppe, Vincenzo, Martino e le figlie Marta, Caterina e Brigida. Manca Aquilino.
Bersagliato dalla sfortuna, in questi anni, perdeva pure la tanta affezionata sua madre e nostra avola, pure sopportò anche questo colpo con pazienza dopo aver versato calde lacrime sulla sua tomba. Le tre sorelle, divenute un po' grandine, specialmente le due gemelle, gli portarono grande sollievo facendo esse le veci di madre verso i fratelli.
Dissi addietro come non solo si aveva acquistata la stima dei suoi soci di travaglio, ben anche quella di famiglie opulente. Fra le prime di queste fu Casa Rossetti allora di grande rinomanza per ricchezza e rispetto, essendo essa la casa più rinomata del nostro paese. Il signor Rossetti che fu sempre, dopo che vi entrò sino alla sua morte, Giudice di Appello e Consigliere, aveva grandi traffici di bosco cosicché gli era duopo un uomo di molte capacità onde fare le stime dei valore di questi boschi per poter impiegare i capitali con profitto e poi anche dirigerne il travaglio. Quest'uomo avveduto non esitò molto a chiedere al nostro padre Pietro di essere il di lui fattore e ne diede prova della sua accortezza a tale scopo. Salito a tale stima molti uomini il chiamarono per far la perizia dei loro boschi.
Servì dunque Rossetti e la sua ditta con attività, disimpegnando i suoi doveri con fedeltà. Morì il sig. Rossetti Gius. Ant. per una caduta che fece in un «sciarrabano» mentre con suo figlio Alessandro ritornava da Malvaglia ond'erano iti per qualche loro interesse. Il cavallo era molto focoso cosicché si spaventò e il sig. Rossetti ruppesi una gamba nel mentre tentava salvarsi col saltare dalla timonella. Per questa rottura, che non è mio scopo descriverne le conseguenze, morì.
Pietro sempre continuò ad essere il fattore dei suoi figli e della Ditta sino che, per molte occasioni, questa casa così florida sotto il regime del fu Giuseppe Antonio, i figli la ruinarono se non in tutto, in gran parte. Nostro padre però metteva ogni sua premura onde riparare in quanto stava in lui la male direzione che i figli facevano della Casa Rossetti. Essi vennero a cessare il negozio del bosco ma Pietro continuava a dimandare se avevano qualche affare ad intraprendere. Venuti a divisione i figli del sig. Giuseppe Antonio, ecco che Strozzi con Cavi loro ragioniere, è richiesto a tale uopo.
Debbo alquanto sostare su tale oggetto per tornarvi di poi, essendomi necessario di rientrare ancora a raccontare le vicende che in questo frattempo passarono nel proprio fuocolare. Non debbasi credere che mentre adempiva con premura il dovere verso i suoi padroni, dimenticasse la cura dei suoi figli. Maritate erano le figlie: Caterina, la prima, a Rossetti Matteo, uomo di non cattiva indole e di un discreto stato secondo il paese. Marta, la seconda, con Giacomo Caprara di non molta sostanza ma uomo molto laborioso e di buone cognizioni, con indole assai buona. Brigida, la terza, con Giovanni Vanina, questo pure di mediocre casa ma avendo un buonissimo travaglio si guadagnò la stima di molti, ed in pochi anni si formò uno stato passabile.
Benché al tempo della loro fanciullezza le scuole erano poche e cattive, il genitore supplì a questo col insegnar loro quello che poteva quando trovavasi egli a casa; e tanto era il suo concussare sull'educazione che essi, a poco a poco, impararono a mediocramente leggere e scrivere.
Parliamo di quanto ha fatto per i maschi incominciando dall'Aquilino. Questo fu il primo che col suo travaglio donò al genitore un grande sollievo. Certo la necessità, in parte, costrinse il genitore a non potergli dare molta educazione, in parte derivando anche del non esservi scuole buone. Pure tanta era la raccomandazione del padre per i libri e molta la di lui passione per questi che, bench'ebbe solo pochi mesi d'inverno di scuola, pure giunse a potersi disimpegnare in qualunque circostanza sia in leggere che scrivere non che in far di conto. Mi ricordo quando giungeva dal suo travaglio e io ero ancora fanciulletto, che tanta era la passione di leggere che alcune domeniche non sortiva punto di casa. Molto leggeva la Sacra Scrittura. In quanto a far conti, poteva stare a paragone di molti perché il padre non aveva mancato d'insegnargli.
All'Aquilino dobbiamo noi cedergli il primo posto, vale a dire il più grande sostenitore della casa dopo il padre. Giovine forte e di molto interesse imitava l'esempio del genitore.
Nel 1842 emigrò per la Corsica ove in quel tempo molti Biaschesi si recarono sperando esservi gran travaglio di boschi. Oh, come vi erano se il Governo francese non ne avesse fatta proibizione a motivo che le mercanzie, ossia legname, facevano molto danno verso la marina, cosiché i nostri Biaschesi si videro obbligati tornarsene tra le montagne elvetiche ad esercitare la loro professione entro un anno o due.
Questo debbesi notare che pei terrazzani di Biasca era la prima volta che in tanto numero valicassero il mare. Ritornando a casa, per molti anni questo viaggio fu il soggetto di molti ragionamenti. Raccontavano essi gli spaventosi pericoli incontrati nella loro navigazione e le cose viste nel viaggio per terra.
La Corsica fu, alcun tempo, per Biasca, come ai tempi le Colonne d'Ercole per il mondo conosciuto.

Checchenessia, Aquilino, venendo dalla Corsica, portò con sé anche del denaro; il che tra questo e altro diede coraggio al padre di intraprendere a far fabbricare la casa attuale. Lavorarono con molta diligenza, assieme all'Aquilino, anche Vincenzo e Martino. Giuseppe era il cuciniere perché a quel tempo non vi era che Brigida in casa e aveva pur altre faccende da sbrigare. Fu circa in quest'epoca che essa si ammalò e la casa restò senza donne per circa due anni.
Vincenzo ebbe maggiore fortuna di Aquilino. Per essere un po' più giovine e di natura più debole, Vincenzo era dotato di molto talento e si distinse per capacità nella scuola. Il padre non mancò, per quanto poteva, di farlo istruire ed ebbe la comodità della scuola maggiore a quel tempo istituita. Questa era diretta da un certo prete Cristoforo Petrocchi dotato di molta scienza e di una instancabile premura nell'istruire i suoi allievi.

Biasca perdè molto quando questo sì attivo maestro perdè il suo intelletto dopo 4 o cinque anni di scuola. Divenuto imbecille, venne dal governo dimesso e poi questo sì egregio educatore venne condotto all'Ospitale dei matti a Milano ove si intese che fosse guarito e indi a poco morto. Molti uomini del nostro paese l'educazione la devono a questo illustre disgraziato. Nessuno sotto Petrocchi aveva meritata la lode e la distinzione come Vincenzo. Appagava il desiderio del genitore e se avesse addotto quell'utile desiderato col moderare qualche volta l'impeto di sua fantasia, certo che la casa, sotto i cadenti giorni del genitore, sarebbesi trovata in uno stato molto florido.
Martino pure ebbe maggior comodità del povero Aquilino. Il genitore lo fece frequentare le scuole del paese ed ebbe pure istruzione da Petrocchi. Era Martino alquanto duro d'intelletto, però aveva molta passione ad imparare e con la sua attività ricevette premi nella scuola maggiore. Questo aveva molta affezione per le faccende domestiche e non gli disgustavano neppure le faccende femminili. In mancanza di donne questa era una cosa importante e necessaria.
Giuseppe, essendo l'ultimo, ebbe maggior campo ad essere istruito, ma era non troppo di grande intelletto dotato e di mediocre passione nei suoi primi anni di scuola. Il primo suo maestro è stato Giuseppe Delmuè, chiamato comunemente «Peppo». Non era cattivo insegnante per ragazzi, ma il troppo numero degli scolari impediva a questo di dare quelle nozioni necessarie pel cominciamento dell'educazione.
Ispettore scolastico era un certo curato d'Iragna, Somazzi.

Dopo alcune invernate di scuola minore, venne scelto «Peppo» per la scuola maggiore allora tenuta dal tanto rimonato Petrocchi e ben ebbe a persuadersi che era pur troppo famoso educatore, per poi, dopo un anno, aver il dispiacere di vederlo declinare e soccombere alla sua disgrazia di perdere il buon senso. Era caso commovente vedere quell'erudito maestro tentare con ogni sforzo di simulare la sua pazzia. Il comune ed il Governo si videro obbligati a dimettere dal suo impiego e gli sostituirono un certo Marcacci Francesco, napoletano. (Notasi che, morto Somazzi, fu ispettore Antonio Monighetti, dottore). Questo Marcacci, forse, non cedeva al primo nel sapere, ma credo che gli era inferiore nell'affezione di far imparare i suoi scolari specialmente quelli dei suoi primi anni, però Giuseppe molto avvantaggiò nei due anni che la scuola maggiore fu tenuta dal Marcacci.
Mi è duopo spendere alcune parole sopra di questo. Egli era un rifugiato politico napoletano. Era di già ammogliato nel suo paese, ma nei tempi che faceva la scuola, poggiò i suoi sguardi sopra la sorella di un prete d'Osogna, pure rifugiato politico italiano. Essa era una donna di rara bellezza e di squisita educazione. Marcacci, ancor negli anni della sua gioventù, molto si innamorò di quella e poi la chiese per moglie. Non era meno la passione che ella provava per lui e così vennero ai trattati di nozze. Era duopo a Marcacci usare ogni secretezza ed agire con molta circospezione onde la sua amante non si accorgesse che era già marito. Chiedeva la giovine che egli avesse la permissione dei suoi genitori e le carte dovute per un regolare matrimonio. A questo lui supplì con l'astuzia e col farle comparire lettere e carte con bolli falsi onde far credere la realtà del falso suo inganno. Si fecero le nozze, ma il mal fare non poteva a lungo restare celato. Checché ne sia fatto, non solo fu palese alla tradita donna dopo un anno che conviveva assieme, ma bensì alle autorità del nostro Cantone, ed egli fu assai fortunato che poté fuggire in Piemonte, né di lui si intese più altro che viveva assieme alle due donne, se puossi credere.
In questo tempo succedevano nel nostro Cantone molti cambiamenti specialmente riguardo ai seminari e conventi. Il Governo ne cacciava via i preti e i frati e istituiva scuole e ginnasi secolari. Furono pure mandati via i preti del Seminario di Pollegio e si formò un Ginasio Cantonale al quale venne aggiunta la scuola maggiore di Biasca.
Molti giovinetti del nostro paese colsero l'occasione di sì prossimo istituto onde essere educati. Io pure, Giuseppe, ebbi l'assoluto comando del genitore e lo stimolo dei fratelli di andarvi costantemente; dal che puossi vedere chiaro quanta premura avesse il padre per la mia educazione, non che il piacere che provassero i fratelli nel secondare il genitore. Io posso far fede qui espressa che nulla il genitore tralasciò di sacrificare per l'educazione dei suoi figli ed in particolar modo di me, trovandosi in questo tempo in miglior condizione che ai tempi della fanciullezza dell'Aquilino.
Io pure ebbi maggior attenzione in questi anni e mi distinsi fra i miei compagni di scuola e corrisposi in certo qual modo all'aspettazione dei miei cari; e forse, se un caso che è nel destino dell'uomo, non mi avesse spinto ad intraprendere quanto vedrassi in appresso, le avrei appagate tutte le mire paterne.
Ora debbo ritornare un passo in addietro per prendere il filo dell'occupazione del nostro padre Pietro. Vedemmo come la Ditta Rossetti cessasse di fare il traffico dei boschi, ma Sebastiano Rossetti, figlio maggiore del defunto suo padre, aveva pure acquistato buona nomea presso altre famiglie opulente, ed aveva anche in sé molte capacità ed avvedutezza.
Egli apprezzava assai nostro genitore e per questo lo propose quale fattore di bosco ad una compagnia di Locarno, la Scazziga-Bacilieri. Questa era una ditta molto forte e faceva grandissimo commercio di tal genere. Non esitarono punto a ricevere qual loro fattore nostro genitore e ben presto ebbero a chiamarsi soddisfatissimi del suo operato e ringraziarono Rossetti per la proposta fattagli d'un tal uomo.
Tanto si meritò la stima e confidenza della ditta che più tardi, all'epoca in cui scrivo, essendo egli giunto a un'età molto avanzata, circa ottant'anni, non essendo più capace di assistere al travaglio del bosco, la compagnia, riconoscente per quanto era debitrice per la sua attività, gli diede tutto il regime della fabbrica del vetro in Lodrino. In questi anni la mise in funzione benché esistesse già da lungo tempo, ma era derelitta dopo alcune prove di diverse compagnie. Cosa sorprendenteche un uomo a tale età si disimpegnasse con tanta precisione anche in questo così responsabile impiego.
Come vedemmo, non solo adempiva con onore al suo dovere verso i padroni, ma aveva l'occhio indagatore sui suoi figli. Dopo aver consentito al matrimonio delle tre femmine, acconsentiva pure a quello del Vincenzo sia per la necessità della casa per una donna, sia perché questa era una giovine di famiglia onesta. Non posso precisare il giorno di questo matrimonio, so solo che era il 1849. La giovine era figlia del Giuseppe Strozzi fu Antonio e chiamavasi Maria, cugina da parte femminile essendo la di lei madre sorella del nostro padre. Più tardi mi verrà fatto di dover dire alcune parole sull'indole di essa.
Due anni dopo si accompagnava pure Aquilino col consenso del padre con una figlia del sig. Simoni di Pollegio chiamata Maria. Era appena un anno e mezzo che Aquilino era ammogliato e sempre spinto dall'interesse di casa che, benché pregato dal genitore di rimanersi a casa per quell'inverno, pure non volle e prese a contratto di fare la strada e condurre al fiume le borre allora ai ponti di Giornico, luogo molto pericoloso ed in inverno molto cattivo. Non voglio descrivere il luogo perché chiunque passasse tra Giornico e Lavorgo può farsene un'idea da solo.
Era sul finire del gennaio 1852 quando, una sera, circa alle undici di notte, mentre tutti col genitore stavamo nella stufa discorrendo, si sentì bussare forte alla porta. Si discese ad aprire ed entrò Gio Domenico Rossetti, socio in tale lavoro con l'Aquilino. Dopo essere stato introdotto nella stufa e dopo una certa obliquazione di parole, disse, con una certa maniera di composità e freddezza, che il nostro Aquilino si era fatto male. Il padre, attonito a tale notizia, come pure noi tutti, dopo alcuni minuti, quasi avesse per un momento non potuto proferire parole, risposegli con ansietà: «Non sarà morto». Ebbe risposta negativa, ma il genitore pareva non soddisfatto e più volte insistette chiedendo se fosse morto, quasi presago che ciò fosse. Non descrivo la sensazione di questa infausta notizia che fece al genitore come alla sua moglie che col suo bambino si era ritirata alcuni minuti prima nella sua stanza di sopra la stufa e che ben intese la voce che annunciava il funesto caso. «Dunque», aggiunse il genitore, «non bisogna perder tempo, andiamo di fretta a prendere il Dottor Rossetti Francesco».
Con la carrozza del suo fratello Alessandro si parte immediatamente. In meno tempo che scrivo, tutto fu adempiuto e dopo pochi istanti si sentì il rumore della carrozza e dei cavalli che passavano veloci alla volta di Giornico. Il tempo era freddissimo ed un vento furioso sembrava annunciasse sfortuna.
Non erano forse passate più di due ore da che ebbesi la dolorosa nuova che il padre e il fratello Vincenzo con l'amico Dottore Rossetti giunsero nel luogo. Ahi vista! Videro Aquilino disteso morto sul suolo circondato dagli uomini che con lui travagliavano. Certo non havvi dolore più forte per un padre che la perdita d'un figlio tanto amato, ma quale deve essere stato vedendolo in tale stato ed in una notte buia che rendeva ancor più spaventoso e malinconico l'aspetto. Precipitato il Dottore dalla carrozza e accertato il vero, ritornò su subito non lasciando tempo allo sconsolato padre di discendere dalla vettura. Provava pure quel dolore il Vincenzo e una tale tristezza aumentava alla vista di sì tristo spettacolo. Provava l'amico Dottore di persuaderli con buoni argomenti, ma tutto era inutile, anche le esortazioni. Non pianse il genitore perché gli era impossibile perché il dolore toglievagli questo conforto.
Non voglio descrivere la desolazione della sua donna e di tutta la casa quando, circa due ore di giorno, giunse un carro alla porta con il corpo del tanto amato Aquilino. Ancor oggi, nel scrivere queste linee, mi sgorgano le lagrime e rammento; anzi, sembrami vedere la sua donna alcuni istanti, il padre che si strappava i capelli quasi qual disperato.
Io pure avevo occasione di sentirne dispiacere essendo un fratello che tanto mi voleva bene e che tutto avrebbe sacrificato onde farmi istruire. Mai ricevei, a differenza degli altri due, un minimo schiaffo; dico questo non perché io portassi alcun odio contro Vincenzo e Martino che pur qualche volta, specialmente il primo, mi battessero fuor di ragione, ma sol per far conoscere quanto dovevo sentirne dolore perdendo un fratello che mi era pur di sponda. Adesso ben comprendo che se i due altri mi battevano qualche volta era per la loro subitanea rabbia, ma avevano pur buoni sentimenti di fratellanza e una certa affezione.
Perdita grandissima fu per la casa la morte dell'Aquilino essendo stato lui il maggior sostegno dopo il genitore. Abbilo in pace colui che tutti regge e sia viva la memoria nei suoi per la buona sua condotta sperando che ne avrà avuto il premio fra le anime buone. Lasciava egli un figlio ancora lattante chiamato Ambrogio.
Nel 1852 Martino si univa con Marianna nata da Giovanni Strozzi e moglie del fu Giuseppe Delmuè. Era una donna di molta robustezza, così Pietro vedeva la sua famiglia progredire tutti accompagnati, eccettuato il più giovine, Giuseppe, il quale, sino a quest'epoca, non conta mariaggio.
Riepilogando le vicende sulla vita di Pietro Strozzi detto «Ceresa», vedemmo come egli restò orfano di suo padre il quale lo lasciò in uno stato molto difficile e come a poco a poco si fosse sortito. Lo vedemmo ancor giovine meritarsi la reputazione dei suoi compagni, indi quella di tutto il paese, come abbia adempiuto ai suoi doveri e quale fosse la confidenza acquistatasi dai suoi padroni.
Laonde con quale cura cercasse di dar educazione alla numerosa sua famiglia e procurare a tutti un onesto vitto e vestiti con un travaglio indefesso ed una vigilanza particolare sulla condotta loro. Vediamo quale rispetto portò ai suoi figli benché fosse restato vedovo in età ancor giovine (sono trentatrè anni che è vedovo dalla data d'oggi 26 marzo 1867). Certo che se non avesse avuto grande affezione per i suoi figli si sarebbe rimaritato e forse cagionato la ruina della sua casa.
Con arroganza possiamo noi figli vantarsi d'aver un padre che può servire di modello a tutti i padri. Con sommo suo piacere vide i suoi figli maritati e a questi succedere molta prole. Degno di rispetto ed ammirazione perché essendo giunto all'età del riposo pure, quasi instancabile, non si lascia vincere dagli anni e continua per quanto gli è dato a sostenere la casa.
Vedemmo pure che ebbe molte sfortune a sopportare e n'ebbe nella propria persona. Fra le altre quando precipitò in Val d'Ambra e tutti lo credevano morto. Pure tutto vinse ed era giunto a chiamarsi felice se una catastrofe non gli avesse reso ancor amari i giorni che credeva di vivere tranquillo. Questo è il mal esito del negozio che Vincenzo intraprese come vedrassi più tardi.
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NOTE:
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Oggi le famiglie Strozzi sono ancora 11.

Tipico esempio di come nascevano alcuni soprannomi di famiglie biaschesi. Qui da noi se ne usano ancora tanti, ma non per tutti è sempre così facile conoscere l'origine. Anche in questo libro ce ne sono alcuni: Mager, Bigarello, Gamba, Baggiani...

Aggiungere, inserire.

Strozzi Pietro nacque il 13 marzo 1790 da Giovanni e Annamaria nata Pini.

È il dazio del Ponte della Biaschina del quale già si parla nel 1550 sul «Vecchio Libro degli Ordini» di Biasca. Si sa che il dazio e il forletto venivano messi all'incanto e per incantarli spesso veniva pagata una somma abbastanza cospicua per quei tempi. Basti pensare che già nel 1600 si pagavano Lire milanesi 750.

Contabile.

Amministratore.

Povera giovine, che brutta scelta ha fatto...

Tribolazione, problema grosso da risolvere.

Sindaco di Biasca dal 1801 al 1802 e dal 1813 al 1814. Suo figlio Alessandro fu sindaco nel 1841 e nel 1849.

Calesse.

Discutere.

Spesse volte qualche tronco d'albero che, sul mare, sfuggiva al controllo dei borradori, metteva in pericolo la navigazione delle navi francesi.

Promontori Calpe (Gibilterra) e Abila (coste della Mauritania) separati da Ercole, eroe greco, per formare due colonne che segnavano i confini del mondo.

Il 26 maggio 1841 venne istituita nel Cantone una Scuola Maggiore per distretto a titolo sperimentale. Il 10 giugno 1847 la Scuola Maggiore ottenne un assetto stabile.
Questa Scuola fu istituita su suggerimento del Municipio di Biasca il quale, in risposta al Dipartimento Educazione che voleva creare anche nel nostro borgo una scuola di disegno, propose di sostituirla con una scuola che doveva essere la continuazione della Scuola Elementare affinché i ragazzi potessero avere una formazione più completa. Si ebbero così la «Scuola elementare minore» e la «Scuola elementare maggiore». A quei tempi le due scuole erano dirette da Don Pattani e da Don Pedrocchi.

Profugo politico napoletano giunto qui da noi dopo i moti rivoluzionari di Napoli contro i Borboni del 1842.

Don Donato Pattuccelli, parroco d'Osogna dal 1849 al 1855.

Grossa ditta appaltatrice di boschi di Locarno.

Questa fabbrica, insieme a quella di Personico, fu fondata nel 1782 da Meinrado Siguard e fu chiusa, dopo alterne fortune, nel 1867. Fino al 1824 fu dei Siguard poi passò nelle mani di Ghiringhelli Giuseppe e fratelli Camozzi di Frolo. Nel 1837 chiuse i battenti. Nel 1862 diventò nuovo proprietario Francesco Scazziga il quale affidò la direzione della fabbrica all'ormai settantaduenne Pietro Strozzi che lasciò l'incarico cinque anni dopo perché stanco e ammalato.

Orrido della Biaschina.

Locale riscaldato dove si passavano, conversando, le serate invernali.

Atteggiamento di chi si trova in difficoltà per avviare un discorso.

Compostezza, serietà, gravità.

Mi difendeva, mi aiutava, mi «teneva la parte».

Sposati.

Di questo negozio non dirà una parola.

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